martedì, 28 febbraio 2006
Ritorno al teatro
 
Gli ultimi due anni hanno rappresentato per me un vero e proprio “ritorno al teatro”, sia come studioso che come autore e regista. Un bel frutto è stato il volume collettivo Una stagione teatrale, pubblicato lo scorso anno, di cui ho approntato l’intero impianto storico-documentario, tenendo per me un saggio sul café-chantant. Il libro ricostruisce la storia degli spettacoli teatrali a Viareggio e in Versilia dal 1900 al 1940, con particolare interesse per il periodo fra le due guerre, quando Viareggio, grazie al prestigio acquisito come stazione balneare, era una delle grandi capitali dello spettacolo italiano. Basterà sapere, per rendersi conto del livello qualitativo raggiunto dalle presenze artistiche, che nell’estate del 1928, nella stessa serata, uno spettatore poteva scegliere se andare a vedere la compagnia di Luigi Pirandello con la prima attrice Marta Abba al Teatro Politeama, o Ettore Petrolini che recitava Gastone al Teatro Eden, luogo deputato agli spettacoli di varietà. E nell’estate del 1935, sempre nella stessa serata, l’ipotetico spettatore poteva optare tra i tre fratelli De Filippo, che al Politeama mettevano in scena Natale in casa Cupiello, o una rivista di Totò all’Eden. Il libro, edito a cura di Antonella Serafini per l’editore Maschietto, contiene anche ricordi di Maurizio Scaparro e Vittoria Ottolenghi.
 
Nei prossimi mesi vedranno la luce due spettacoli. Il primo, Primavera, ti sento dentro gli occhi…, è una specie di work in progress (sempre soggetto a continui cambiamenti a seconda dell’esito delle ricerche in corso) ispirato alla figura di una misteriosa poetessa viareggina della Belle Epoque, Mimosa Simonelli, e alle sue poesie comparse sul giornale locale “Il Libeccio” nel 1912. Un assaggio in forma di “lettura lirica” si è avuto la sera del 12 novembre 2005 nella Sala Cinema del Centro Congressi Principe di Piemonte nell’ambito dello spettacolo “Viareggio Racconta” ideato e condotto da Stefano Pasquinucci, mentre il prossimo 20 marzo al Teatro Osteria Atalante andrà in scena una seconda versione aggiornata che ci porterà addirittura nella lontana Argentina. Mi accompagna in questa sorta di teatrino medianico, di cui sono previste diverse “puntate”, la passione e il talento di Rebecca Palagi che sa incarnare perfettamente lo spirito sensuale e ribelle delle poesie di Mimosa Simonelli.
 
Il secondo spettacolo, previsto per il prossimo autunno, s’intitola Il Segreto della Stella ed è incentrato sulla presenza fantasmatica della cantante Yvonne George nella vita e nell’opera del poeta surrealista francese Robert Desnos a Parigi negli anni Venti del Novecento. L’amore intenso ma non corrisposto del poeta per la cantante ha dato vita ad alcune delle più belle poesie d’amore della letteratura francese del Novecento. Una lunga serie di circostanze, di cui avrò modo di parlare, ha fatto sì che intorno a questo spettacolo si stiano concentrando molte aspettative e curiosità. E’ infatti in corso, in ambito internazionale, un processo di riscoperta di Yvonne George come cantante (che anticipa personalità come Edith Piaf, Barbara e Juliette Gréco) e una sempre maggiore valorizzazione di Robert Desnos nelle sue multiformi attività di poeta, giornalista, scrittore di cinema, “homme de radio”. Ecco che improvvisamente mi sono trovato nella condizione di precursore avendo già realizzato nel lontano 1987, a Roma, un piccolo evento in cui le poesie di Desnos venivano abbinate alle canzoni di Yvonne George e avendo curato nel 1995, con mia moglie Federica Ghiselli, un’edizione universitaria degli scritti sul cinema del poeta con il titolo Robert Desnos e il meraviglioso moderno. Una poetica surrealista del cinema (1923-1930) per la casa editrice ETS di Pisa. Una bella occasione per propagandare un’idea di teatro di poesia a dispetto dell’imbarbarimento sempre più dilagante prodotto dall’industria culturale.
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sabato, 25 febbraio 2006
APPUNTI PER UN BREVIARIO
DELL’IMMAGINARIO AFFETTIVO
Ad uso suggestivo di poeti, videomaker,
teatranti, sognatori, medium
 
 
La lallazione
e il borbottìo preagonico
 
il farsi e il disfarsi
del linguaggio
 
il suo stratificarsi gioioso intorno
ad alcuni semi lessicogeni
 
fremiti significanti che veicolano
immagini d’affezione
 
il progressivo sfaldarsi
di questi fremiti
e di queste immagini
nei rigagnoli incantati della memoria
 
puri fonemi, pure visioni
che distraggono la morte
 
 
Riccardo Mazzoni
 
 
Manifesto del Teatrino dei Bisogni Consapevoli
scritto la mattina del 4 febbraio 2004
durante un viaggio in treno da Viareggio a Firenze
 
La riproduzione e la diffusione di questo manifesto
in tutte le forme è gradita e incoraggiata
 
 
Il Teatrino dei Bisogni Consapevoli è un laboratorio di creazioni multimediali intorno ai grandi temi dell’immaginario affettivo da me fondato nel lontano 1986. Alterna lunghi periodi di esistenza criptica, completamente estranea alle logiche e alle dinamiche dell’industria culturale, in una sorta di comunione empatica con la poesia e la magia della vita quotidiana, ad altri di maggiore effusività e confronto con tutte le forme di espressione letterarie, artistiche, cinematografiche, musicali e teatrali.
 
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martedì, 21 febbraio 2006
Carnevale: i corsi dimenticati del primo Novecento
 
Nell’albo d’oro ufficiale del Carnevale di Viareggio, consultabile sul sito della Fondazione Carnevale, non c’è notizia di alcuni corsi dei primissimi anni del Novecento e dei relativi vincitori. A questa lacuna pone parzialmente rimedio il settimanale “L’unione versiliese”, da cui è possibile trarre notizie sui corsi del 1901, 1902 e 1903. Le cronache dell’epoca ci descrivono manifestazioni dal sapore tipicamente paesano, anche se nel 1903 il comitato organizzatore, complice la presenza in città di illustri ospiti dell’aristocrazia cosmopolita (che organizzarono una memorabile festa danzante all’Hotel De Russie) profuse un notevole impegno economico che incoraggiò alcuni artisti residenti in città a impegnarsi nella realizzazione dei carri allegorici che allora erano costruiti prevalentemente in gesso e scagliola. Nel 1901 risultò vincitore il carro raffigurante “Gli abitanti della luna”; nel 1902 quello “Pro-divorzio”: purtroppo non vi è accenno alcuno al nome dei progettisti. In entrambi gli anni sfilarono solo due carri. Nel 1903 le costruzioni in gara furono quattro, tutte di notevole livello. Vinse il pittore Mario Norfini con un carro dedicato al “Telegrafo Marconi”. Tutte le sfilate ebbero luogo in via Regia. Com’è noto, il corso carnevalesco approdò sul Viale Manin solo nel 1905. Mario Norfini – figlio del grande pittore Luigi, per molti anni insegnante al Regio Istituto d’Arte di Lucca, fratello dello scultore Giuseppe, anch’egli residente a Viareggio per un breve periodo (realizzò un monumento, oggi perduto, per il cimitero comunale), e del pittore Alfredo (che conobbe un notevole successo in Sud America) – è con Domenico Ghiselli il decoratore che maggiormente contribuì all’affermazione dello stile liberty in città (anche se la sua formazione era decisamente più eclettica) negli anni che videro la nascita della Passeggiata lignea. E’ oggi conosciuto soprattutto come pittore e illustratore di animali, soprattutto cani, che rese con calligrafica, talvolta un po’ stucchevole precisione. Divertente un pezzo giornalistico che apparve su "L'unione versiliese" del 24 febbraio 1901. A un bambino che domanda: "Che cos'è la quaresima?", il padre risponde: "E' il carnevale dei preti!".
 
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lunedì, 20 febbraio 2006
La nascita della Passeggiata
 
Nel 2002 è passato quasi inosservato il centenario della Passeggiata a mare di Viareggio. Se si escludono alcuni miei interventi sulla stampa locale e un breve saggio che ho pubblicato sul terzo numero della rivista “Quaderni di storia e cultura viareggina” (meritoria pubblicazione a carattere monografico, con interessanti rubriche, edita tra il 2000 e il 2002 dalla sezione viareggina dell’Istituto Storico Lucchese in collaborazione con la Biblioteca comunale “G. Marconi”, che ha avuto il merito di svecchiare il panorama degli studi storici su Viareggio) nessuno se ne è occupato, probabilmente per l’incapacità cronica dell’intelligenza ufficiale viareggina di reperire e soprattutto interrogare le fonti.
 
Tracciato tra il 1901 e il 1902, il viale fu intitolato a Margherita di Savoia (consorte dal 1868 del cugino Umberto, Re d’Italia) nel luglio del 1902. L’immagine della Passeggiata del primo Novecento, con i suoi padiglioni lignei e i bagni su palafitte che si inoltravano nel mare, ha assunto caratteristiche mitiche per l’abbondante riproduzione fotografica giunta fino ai giorni nostri, con le sue icone, simbolo di un’epoca cancellata dal grande incendio nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1917: la Galleria Nettuno, la rotonda del Bagno Balena, il palcoscenico del café-chantant Eden (questi ultimi due sfuggiti miracolosamente al rogo)… Tuttavia fino ad oggi nessuno si è mai seriamente interrogato sull’identità degli artefici e dei decoratori degli chalet lignei, genericamente assegnati a maestranze locali: un’attribuzione che alla luce di ricerche più puntuali va quanto meno allargata in ambito toscano. Lo spoglio dei numerosi giornali dell’epoca, conservati alla Biblioteca Statale di Lucca, ci permette di gettare luce su questo mondo pressoché inesplorato, che peraltro coincide con l’affermazione dei primi stilemi liberty in città.
 
Ecco una rassegna delle cronache del tempo. Nella primavera del 1901 viene ricostruito “completamente sul mare” il Bagno Nettuno, che con i suoi 12.000 metri quadrati è il più grande stabilimento balneare d’Italia insieme al Lido di Venezia (“L’Unione versiliese”, 5 maggio 1901). Una dopo l’altra si succedono le nuove costruzioni: “splendido sarà il nuovo ingresso allo stabilimento Balena; graziosissimo il chiostro fotografico del signor Donnini; graziosa pure la facciata dell’altro chiosco fotografico del signor Peruzzi disegnata da Aurelio Muggia di Firenze, il quale ha pure disegnato la facciata al chiosco restaurant-caffè del veterano Giardini”, il Sieba (“L’Unione versiliese”, 9 giugno 1901). Nel 1902 la Passeggiata vede sorgere alcuni dei suoi locali più prestigiosi. Un ruolo determinante viene svolto dal carpentiere Amedeo Barsanti, celeberrimo all’epoca per le sue doti di costruttore di padiglioni in legno e ferro battuto. Tra le sue costruzioni più importanti il Nuovo Teatro Politeama - edificato utilizzando tutta l’ossatura in ferro e ghisa del demolito Teatro Tobler di Pisa, con sipario e boccascena disegnati dagli scenografi Lessi e Contri di Firenze - e il café-chantant Eden, regno del teatro di varietà, inaugurato nel 1900, ma ampliato e abbellito nei due anni successivi (“L’Unione versiliese”, 27 luglio 1902). Una cronaca ci descrive il nuovo ristorante Eolo, “con la facciata arricchita di una figura allegorica rappresentante il re dei venti opera del pittore Norfini che esegue altri lavori per lo stabilimento Nettuno” (“L’Unione versiliese”, 22 giugno 1902). Nel luglio viene inaugurato l’elegante chalet Margherita, gran caffè “succursale della pasticceria Landucci” (esistente fin dal 1850 in via Garibaldi che allora si chiamava via del Giglio), su progetto dell’architetto Goffredo Fantini: “i disegni e le pitture del soffitto e delle pareti, in stile liberty, furono eseguite dal pittore Norfini, in unione con A. Baroni, egregio pittore livornese” (“L’Unione versiliese”, 13 luglio 1902). Altre decorazioni degne di nota vengono segnalate per la Trattoria Fiorentina, “eseguite dal noto pittore Bartolini di Firenze”, e per il Padiglione Flora in Piazza d’Azeglio (esistente fin dal 1888), “dovute alla maestria e all’intelligenza del giovanissimo Martino Marcucci”, nipote del famoso pittore lucchese Michele (“La fionda”, 20 luglio 1902). Non mancano giudizi critici come quelli espressi per la facciata del Teatro Nereo (“antiestetica”) e per l’arco trionfale del Nettuno (“né molto estetico, né molto artistico”) che verrà sostituito dalla fantasmagorica struttura a galleria proveniente dall’esposizione di Milano del 1906. Antesignano di tutte queste costruzioni, ed unico sopravvissuto, è lo splendido Chalet Martini, edificato nel 1899 dal capomastro lucchese Modesto Orzali (“L’Appello”, 18 giugno 1899). E’ invece successivo un altro rinomato chalet, il Caffè Egiziano, inaugurato nel maggio del 1908, “attraente e singolare per le decorazioni eseguite dai giovani pittori Agostino Pistelli e Giuseppe Murri, i quali hanno saputo bene interpretare il vero carattere dello stile orientale; ammirato e indovinato è pure il paesaggio sul prospetto delle piramidi e la sfinge, antico monumento d’Egitto” (“Il Libeccio”, 31 maggio 1908): testimonianza dell’orientalismo che caratterizzò l’architettura e le arti decorative della città nel primo Novecento.
 
Tra i decoratori, un ruolo importante ebbe dunque il pittore lucchese Mario Norfini, al quale dedicherò il prossimo post perché il suo nome è legato anche al corso di carnevale del 1903, fino ad oggi completamente dimenticato.
 
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domenica, 19 febbraio 2006
Viareggio in maschera e la dinastia De Ranieri
 
Viareggio, tempo di Carnevale. Oggi il quotidiano “La Nazione” ha offerto in omaggio ai suoi lettori la ristampa anastatica del primo numero della rivista “Viareggio in maschera”, edita nel 1921. Gli anni Venti e Trenta segnano l’affermarsi del carnevale viareggino come grande evento spettacolare e di costume a livello nazionale e internazionale. Ne sono testimonianza i filmati dell'Istituto Luce e i cinegiornali Gaumont-Pathé, preziosi documenti che ci tramandano la memoria visiva della manifestazione. L’introduzione della carta a calco nel 1925 permette la realizzazione di costruzioni colossali ma leggere, animate dal movimento aereo dei mascheroni. Nascono le figure professionali del “carrista” e del “mascheratista”, che vedono come massimi rappresentanti dell’epoca i fratelli Alfredo e Michele Pardini, Antonio D’Arliano e Alfredo Morescalchi. Non essendo stata ancora sviluppata la nuova tecnica, per la realizzazione del carro ufficiale di apertura del 1921 il comitato si rivolse ad un valente scultore di formazione tradizionale, il pietrasantino Lelio De Ranieri, esponente di un’importante dinastia di scultori versiliesi di origine quercetana. Per il ruolo che questa dinastia svolse in Italia, in Europa e nel mondo ritengo sia interessante ricostruirne brevemente la storia.
 
Il capostipite, Angiolo (1834-1911), fu tra i migliori allievi di Vincenzo Santini alla scuola d’arte “Stagio Stagi” di Pietrasanta. Dopo il diploma  si trasferì a Carrara dove si sposò e completò la propria formazione come ornatista nell’ambiente tecnico-artistico carrarese. Richiamato da Santini alla conduzione del laboratorio di ornato della scuola d’arte “Stagi”, prestò contemporaneamente la sua opera presso numerosi laboratori locali. Nel 1888 aprì a Pietrasanta una propria bottega di lavorazione artistica del marmo (trasferita nove anni dopo nella sua città natale, Querceta), avvalendosi della collaborazione dei figli Ermenegildo (1862-1919), Ferruccio (1867-1957) e Aristide, tutti e tre formatisi presso la scuola d’arte “Stagi” sotto la guida dei professori Tommaso Saraceni (scultura) e Giovanni Topi (ornato). In particolare Ermenegildo, che aveva lavorato come modellatore per il laboratorio dei Fratelli Tomagnini (il più antico di Pietrasanta), affiancò il padre nella direzione del laboratorio di ornato, mentre Ferruccio, dopo un periodo di apprendistato come scultore presso il celebre laboratorio di Ferdinando Palla, divenne responsabile del reparto di figura; Aristide dal 1893 visse in Francia dove conseguì diverse onoreficenze accademiche e inaugurò una succursale del laboratorio a Parigi in rue Perceval al numero 10 garantendo un costante aggiornamento degli stilemi che caratterizzavano la produzione artistica nella capitale francese. A cavallo tra Ottocento e Novecento il laboratorio “Angiolo De Ranieri e figli”, che aveva sede nella piazza della stazione di Querceta, con grande vantaggio per l'invio del materiale lapideo, era considerato uno dei più prestigiosi dell’intero comprensorio apuo-versiliese. La sua vasta produzione, in gran parte destinata all’esportazione, comprendeva modelli originali, riproduzione d’opere d’arte antiche, decorazioni architettoniche, arredi sacri, monumenti commemorativi, sculture funerarie. Tra le opere attestate in provincia di Lucca vi sono i monumenti sepolcrali a Vincenzo Barsotti e alla famiglia Lombardi-Sbrana nel cimitero di Lucca, entrambi incentrati sulla figura dell’angelo custode del sepolcro, databili al primo decennio del Novecento, e il busto-ritratto di padre Antonio Pucci, il “curatino”, nella chiesa di S. Giuseppe a Viareggio, eseguito nel 1911. In quello stesso anno, dopo la morte di Angiolo, i tre figli dettero vita a botteghe autonome pur continuando tra loro una fervida collaborazione. L’attività di Ermenegildo fu proseguita a Querceta dal figlio Dino e dal nipote Sirio, tuttora titolare di un apprezzato laboratorio artistico del marmo. Ferruccio associò nell’esercizio del proprio laboratorio il figlio Lelio (1890-1967), trasferendo la sede a Pietrasanta. L’insieme delle sculture funerarie conservate nel complesso cimiteriale di Viareggio (una dozzina di opere accertate databili dal 1911 al 1924) costituisce un personale museo all’aperto dei due artisti e rappresenta una testimonianza esemplare del gusto liberty-decadente in voga nella scultura funeraria dei primi anni del secolo: particolarmente significative le steli per i sepolcri di Giovanni Franceschi (1911) ed Emanuele Marcucci (1912), quest’ultima replicata con leggere varianti per il sepolcro della famiglia Favilla nel cimitero di Pietrasanta, e l’impressionante figura allegorica femminile, personificazione della “Pace d’oltretomba”, alta tre metri, per il sepolcro del giovane capitano marittimo Duilio Puccinelli (1913). Negli anni Venti i due scultori eseguirono alcuni monumenti ai caduti: in Toscana quelli di Capriglia, Mulina di Stazzema, Montaione, mentre da alcune fonti vengono loro attribuiti addirittura i monumenti ai caduti di Marsiglia e Lione. Nella seconda metà degli anni Venti, Lelio si trasferì negli Stati Uniti dove si specializzò come progettista di interni di chiese, prima come capostudio delle aziende Da Prato e Bernardini, quindi in proprio, ricevendo in oltre un trentennio numerose commesse per la cui realizzazione si avvalse della collaborazione dei maggiori laboratori versiliesi. Attivo prima a New York, poi a Detroit, Lelio continuò comunque anche un’intensa attività di scultore come dimostrano i busti-ritratti di personaggi celebri come Rodolfo Valentino, Umberto Nobile, Beniamino Gigli.
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mercoledì, 15 febbraio 2006

Promesse

Il mio diario di ricercatore. Ma anche di scrittore e regista. Tra storia dell'arte, poesia, teatro, cinema, video, canzone, bibliofilia e l'interesse per il magico e il fantastico nelle tradizioni popolari. Sulla rotta privilegiata Viareggio-Parigi (e ritorno). Ai viareggini e ai versiliesi prometto parecchie scoperte e curiosità: echi, frammenti, ritagli della Viareggio eclettica, liberty e déco (con qualche sconfinamento fino ai giorni nostri), e aspetti della lavorazione artistica del marmo nel territorio apuo-versiliese tra Ottocento e Novecento. Per loro e tutti gli altri: misteri e gialli d'arte, escursioni nell'immaginario affettivo e alcune avventure medianiche.

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