venerdì, 31 marzo 2006
La “Bimba che aspetta” tra storia e leggenda
 
Oggi ho accompagnato Michela Lazzari e Marinella Petri (che, oltre ad essere delle ragazze dolcissime, sono un esempio vivente di quell’universo femminile di cui parlavo nel mio precedente post) in una sorta di pellegrinaggio al grande angelo custode del sepolcro che sovrasta il portale della maestosa cappella della famiglia di Francesco Garrè nel cimitero comunale di Viareggio: un capolavoro della scultura funeraria apuo-versiliese del primo Novecento, scolpito nel 1909 su modello di Carlo Nicoli, il titolare del maggior laboratorio artistico del marmo carrarese a cavallo tra Ottocento e Novecento (l’esecutore materiale della statua fu probabilmente lo scultore Giovanni Beretta). Un pellegrinaggio proseguito con l’immancabile visita alla statua funeraria della Bimba che aspetta, vera icona dell’immaginario affettivo cittadino, a cui ho dedicato in passato diversi studi che coinvolgono arte, poesia, tradizione e costume. Pensando di fare cosa gradita a tutti i viareggini trascrivo il quadro delle notizie documentarie sulla piccola bambina di marmo che ho riunito in vista della realizzazione di un video (la cui lavorazione si sta protraendo nel tempo data la vastità e la complessità del materiale raccolto) e su cui Elisabetta Salvatori, una delle più brave attrici-fabulatrici toscane,  ha intessuto un originale e coinvolgente spettacolo di narrazione teatrale che ha ottenuto un unanime successo l’estate scorsa nel suggestivo scenario di Cava Barghetti sopra Palazzo Mediceo a Seravezza.
 
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Una delle più radicate e struggenti tradizioni viareggine vuole che il giorno dei morti i bambini vengano accompagnati all’interno del complesso cimiteriale lungo un itinerario che prevede come meta privilegiata la visita alla statua funeraria della Bimba che aspetta - così chiamata perché raffigurata in attesa della madre ormai morta - che adorna l’edicola metallica della famiglia Barsanti-Beretta, edificata nel 1895 lungo l’antico muro di cinta a meridione confinante con il cimitero ebraico; la statua, che coniuga efficacemente stile realistico e valenze simboliche, costituisce anche un interessante caso di cristallizzazione nell’immaginario collettivo di motivi culturali filtrati dalla tradizione orale.
 
L’edicola e la statua sono così descritte in un articolo del giornalista e scrittore Enrico Sisco apparso sul settimanale “La Burlamacca” del 3 novembre 1895: “Meritevole di osservazione è la nuova edicola in ferro con pareti di cristallo, su basamento di marmo, che “la pietà della famiglia riunita” ha eretto alla memoria della povera Clorinda Barsanti, che dorme il sonno dei giusti con la sua figlioletta Paolina. Sopra uno dei gradini per cui si accede all’interno dell’artistico tempietto, sta seduta pensosa e malinconica una statuina di marmo, che raffigura una bimba con in mano una ghirlanda di fiori simboleggiante la figlia dell’estinta in attesa della madre. Opera davvero pregevole uscita dal valente scalpello del carrarese Ferdinando Marchetti, e che dà un grande effetto artistico all’insieme di quel chiosco mortuario costruito su disegno di Eugenio Barsanti, marito dell’estinta”. Si tratta di un documento di eccezionale importanza che ci permette di restituire la paternità della statua, di cui da tempo si era persa memoria, allo scultore Ferdinando Marchetti, il quale, a dispetto di ricerche minuziose miranti a ricostruirne l’identità, resta per il momento un artista piuttosto misterioso vista l’assoluta mancanza di altra documentazione intorno alla sua attività. Una traccia sembra condurre verso la figura di un Ferdinando Lodovico Marchetti, nato nella frazione di Torano nel 1843, segnalato nel 1862 tra gli allievi più promettenti dell’Accademia di Carrara. Il suo nome tuttavia non compare mai nei repertori degli scultori e dei titolari dei laboratori artistici del marmo carraresi della seconda metà dell’Ottocento e dunque la statua della Bimba che aspetta rimane per il momento l’unica sua opera accertata.
 
Il committente Eugenio Barsanti, nato a Viareggio nel 1863 e morto ottantottenne nel 1951, fu un personaggio molto conosciuto nella società viareggina dell’epoca, sia per la sua attività politica (fu tra i fondatori del partito repubblicano viareggino), sia per il suo mestiere di fabbro ferraio, in cui egli profuse il suo spiccato talento artistico che è ben evidenziato nell’edicola funeraria di famiglia costruita su suo disegno. Rimasto presto orfano del padre, imparò presumibilmente il mestiere dallo zio Giuseppe Barsanti, titolare di un’importante bottega di lavorazione artigiana del ferro che aveva sede in Darsena. Nel 1884 Eugenio Barsanti sposò Clorinda Beretta, nata a Viareggio nel 1865, ultima di sette sorelle morte tutte in giovane età (specchio dell’alto tasso di mortalità dell’epoca), da cui ebbe sei figli. La primogenita, Paolina, morì nel 1887 a soli due anni: la statuetta raffigurante un putto orante - celebre e replicatissimo modello dello scultore fiorentino Luigi Pampaloni, attivo nella prima metà dell’Ottocento - oggi conservata all’interno dell’edicola, fu probabilmente realizzata per la tomba della bambina. Clorinda Beretta morì a soli 29 anni nel 1894 - “per rara pustola maligna sul fronte”, come si legge in un necrologio dell’epoca firmato da Enrico Sisco apparso sul giornale lucchese “Il Progresso”, ma anche stremata dai parti - e fu sepolta accanto alla prima figlia; l’anno dopo fu portata a compimento l’edicola. Secondo il racconto unanime degli eredi e degli amici del committente, per la statua della Bimba che aspetta posò la terzogenita, anch’essa di nome Paolina, che all’epoca aveva sei anni. Si pensi a questa figura femminile che, nel corso degli anni - adolescente, donna matura, anziana signora - continua a rivedere sé stessa bambina, ritratta nella statua di marmo, come confinata da una sorta d’incantesimo crepuscolare nel periodo forse più doloroso della propria esistenza. E in effetti, nel ricordo di chi la conobbe, la figura di Paolina Barsanti è sempre stata avvolta in un velo di malinconìa. Ricamatrice di professione, dopo un lungo soggiorno a Milano, morì a Viareggio nel 1971.
 
Alcune testimonianze orali di informatori nati nei primi anni del secolo attestano che nel periodo immediatamente precedente la prima guerra mondiale il mito della Bimba che aspetta si era in gran parte formato. Il pellegrinaggio al sepolcro è documentato già pochi anni dopo la costruzione dell’edicola. Emblematica in questo senso è una lettera del 1901 della cittadina Emilia Biancalana, conservata al Centro Documentario Storico del Comune di Viareggio, la quale si rivolge al Sindaco, Cesare Riccioni, chiedendo il permesso di collocare sulla tomba dei propri defunti una balaustra di marmo, in quanto, scrive, “essendo accosto alla tomba di cristallo del sig. Eugenio Barsanti, la gente per visitarla passa sopra le pietre dei miei defunti, con pericolo di romperle, come difatti già per due volte l’hanno infrante”.
 
La statua della Bimba che aspetta ha mantenuto fino ad oggi una straordinaria capacità attrattiva anche se le testimonianze orali si sono fatte sempre più labili e frammentarie. Allo stato attuale delle ricerche, il corpus delle tradizioni popolari è così configurato. Sul motivo originario della bimba che attende la madre ormai morta si sono innestate alcune aggiunte o varianti - a volte narrate come fatti realmente accaduti, altre volte con la consapevolezza che si tratta di rielaborazioni leggendarie - fino alla creazione di veri e propri micro-racconti in cui l’assunto di base finisce per arricchirsi di un’infinità di particolari che celano talvolta profonde motivazioni inerenti sia alla sfera individuale che collettiva. Appartiene al nucleo degli avvenimenti raccontati come veritieri la versione secondo la quale la bimba sarebbe anch’essa morta mentre attendeva la madre. Una variante diffusa è che la bimba sia stata ritrovata priva di vita proprio sugli scalini dell’edicola dove soleva restare in raccoglimento dopo la morte della mamma. Un’informatrice narra di un incontro avvenuto intorno al 1980 presso l’edicola con un’anziana signora la quale si presentò come una parente della famiglia Barsanti - di cui non è stato possibile accertare l’identità - e raccontò che la bimba era stata così raffigurata perché approssimandosi la morte della madre e volendo evitare alla piccola il momento del trapasso la nonna disse alla nipotina di andare a sedersi sulle scale perché avrebbe visto la mamma passare con gli angeli per andare in cielo. Curiosa e significativa per le implicazioni sociali che sottende è la versione che descrive la bimba come una sorta di Cenerentola perseguitata dalla matrigna che un giorno viene trovata morta sulla tomba della mamma dove si recava ogni giorno a cercare conforto. Non mancano neppure storie ammonitrici della più pura tradizione popolare come quella secondo cui la bimba, disobbedendo alla mamma, si era allontanata da casa, la madre per il dolore era morta e la bimba, pentita e affranta, era ritornata da lei troppo tardi. Vi sono poi i racconti di natura dichiaratamente fiabesca come quello secondo cui la bimba a forza di attendere la madre sulla soglia dell’edicola si trasformò in statua. Nel loro insieme, le voci e le storie fiorite intorno al motivo della Bimba che aspetta costituiscono delle testimonianze esemplari della condizione di estrema precarietà esistenziale del mondo femminile, che dalla fine dell’Ottocento si è protratta almeno fino agli anni Cinquanta del Novecento, e l’accentuato patetismo che le contraddistingue sembra voler stemperare o purificare nella commozione un sentimento ben più drammatico e disperato.
 
Nel corso della ricerca si è manifestato un ulteriore enigma relativo alla scultura funeraria. Si tratta di una poesia ad essa strettamente collegata, tramandatasi oralmente fino ai giorni nostri della quale sono state raccolte una dozzina di versioni più o meno frammentarie che derivano tutte con evidenza da un medesimo prototipo: una composizione di origine colta (il metro è in endecasillabi), sicuramente inserita in vecchi, oggi quasi introvabili, libri di lettura per le scuole elementari (anche se nessun informatore è stato in grado di precisarne il titolo e l’edizione). La versione orale più completa fino ad oggi raccolta è la seguente (si tratta di un dialogo tra la bimba e un passante):
 
Che fai bambina mia su quella porta
guardando da lontan per quella via?
Ah, se sapessi, quando la fu morta
se la portaron via di là la mamma mia
e mi han detto che di là deve tornare
e son qui da tanti anni ad aspettare!
Cara bambina mia ma tu non sai
che i morti al mondo non ritornan mai?
Tornan nel vaso i fiorellini miei,
tornan le stelle, tornerà anche lei!
 
Le analogie con la scultura della Bimba che aspetta sono evidenti. Si deve a tali analogie se la poesia è stata collegata con la scultura o il rapporto di filiazione è più diretto? E in questo caso: è la poesia ad aver ispirato la scultura oppure - ipotesi assai più remota, ma suggestiva - è vero il contrario? A queste domande è stato possibile rispondere solo recentemente, in virtù di un’indagine serrata condotta con l’ausilio di internet. I versi sopra riportati corrispondono infatti a una poesia di Giovanni Prati (1814-1884) dal titolo “Tutto ritorna” (grazie a Jolanda Restano del sito “Filastrocche.it” per la preziosa segnalazione). Fa parte della raccolta postuma delle “Poesie scelte” curata nel 1892 da Ferdinando Martini per l’editore Sansoni (e forse è qui che può averla letta il Barsanti). Curiosamente a livello popolare questa poesia, la cui versione tramandatasi oralmente è forse più bella e incisiva dell’originale, è spesso attribuita ad Ada Negri e quindi post-datata di molti anni. Uno dei tanti misteri che rendono ancora più affascinante la storia dell’ormai centenaria bambina di marmo.
 
 
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martedì, 28 marzo 2006
Il futuro (umanistico) è donna?
 
Nel 2003 ho tenuto alcuni seminari di storia e pratica del teatro di poesia per diverse associazioni (me lo ha ricordato la mia ex-allieva Laura Rossi, che saluto, in un commento al mio precedente post). Ebbene, su due dozzine di partecipanti (in media) ad ogni corso, una ventina erano donne o ragazze. Una constatazione che ho condiviso parlando oggi con Stefano Pasquinucci: sembra che il sostrato umanistico della nostra civiltà e il suo futuro sia sempre più in mano (e me ne rallegro) all'universo femminile, a quelle donne e ragazze creative, intelligenti, normali, che rifiutano l’immagine mercificata e alienante che la società e l’industria culturale vorrebbe imporre loro (le  “ine” e le “one” televisive e non solo) e che sono tenute a debita distanza dai posti di potere (ma non se ne rammarichino troppo; la vera politica è libertà e creatività in atto e non un mero e spesso squallido esercizio di potere). Ad esse dedico il testo di questa canzone che scrissi moltissimi anni fa e che nella sua semplicità trovo ancora enormemente attuale. La “Storia di Cecchina”, ovvero “Quaranta nodi in una cordicella”.
 
Cecchina ha fatto il conto dei suoi anni
Quaranta nodi in una cordicella
Un groppo nella gola un peso sulle spalle
Si sente sola e invecchia senza gioia
Ma poi il dolore è poco più che noia
 
Cecchina cerca un uomo
Si chiederanno in tanti
Un uomo certo ma anche un mondo vero
Dove non le si chieda di costruirsi un corpo
Di costruirsi un avvenire intero
 
Quaranta nodi in una cordicella
Si sciolgono pian piano ad uno ad uno
Cecchina sente correre sul corpo
Figure che portano catene
 
Quaranta nodi in una cordicella
Si sciolgono pian piano ad uno ad uno
Cecchina ha fatto un viaggio nella mente
Per stare con sé stessa o con nessuno
 
La storia di Cecchina che abbiamo raccontato
E’ storia di un malessere comune
E’ storia di un essere che è stato trasformato
Per colpa di una strana consuetudine
A cui abbiam fatto tutti l’abitudine
 
Se volete ascoltare anche la melodia, chiedetemela pure quando m'incontrate: sarò lieto di cantarvela.
 
 
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categoria:elegie
venerdì, 24 marzo 2006
“Come nascono i sogni...”
Uno scenario per un cortometraggio “senza fine” scritto circa venticinque anni fa e mai realizzato
 
1) Il filmato è ambientato in una campagna solitaria, nel corso di una splendida notte estiva. La macchina da presa si sofferma a lungo a riprendere il paesaggio agrario: i fossi, i campi coltivati, i lontani casolari (in alcuni di essi si intravedono ancora le luci accese), i rari alberi situati in mezzo ai campi e ai crocicchi delle strade sterrate: la linea dell’orizzonte si confonde con il buio della notte e dà la sensazione di uno spazio sconfinato.
 
2) E’ ora notte fonda. Si ode da lontano il suono di alcuni strumenti musicali. La macchina da presa inquadra una piccola processione di fiaccole e di lumicini: lungo una sperduta strada di campagna si stanno avvicinando, danzando e cantando, alcuni strani personaggi mascherati. Tutti improvvisano in continuazione girotondi, balli, canti, giochi. Portano con sé alcune minuscole mongolfiere, che evidentemente hanno intenzione di lanciare da un luogo convenuto. Tale luogo è una piazzuola d’erba in mezzo ai campi di grano. La costruzione delle mongolfiere avviene in una specie di silenzio rituale. La macchina da presa inquadra in primo piano i volti delle maschere: malgrado le loro buffe espressioni si riesce a intuire egualmente l’importanza dell’evento al quale stanno partecipando.
 
3) Le mongolfiere prendono il volo. Attraversano la campagna solitaria. Una di esse passa sopra un cascinale, si impiglia a una finestra aperta. E’ la camera una giovane coppia di sposi. Allora si materializzano nella stanza due figure mascherate e nude: un uomo e una donna. Si avvicinano lentamente al letto dei due giovani sposi: con un gesto di offerta, la donna porge in avanti con le mani un sasso colorato e un palloncino, l’uomo una falce e delle spighe di grano.
 
4) La macchina da presa inquadra ora in primissimo piano i volti dei due giovani sposi. Il battito prolungato delle ciglia indica la fase REM tipica del sogno. E i sogni dei due giovani sposi si stanno fondendo in un unico grande sogno, che altro non è se non il filmato stesso così come si è sviluppato fin dall’inizio. Si ripetono le sequenze del paesaggio agrario, della processione delle maschere, del lancio delle mongolfiere, della materializzazione delle due figure nella stanza, e così via, all’infinito. Ecco la spiegazione del quesito indicato dal titolo: i sogni nascono dai sogni, in una sorta di cerchio magico “senza fine”.
 
(Scritto intorno al 1981)
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categoria:fremiti
martedì, 21 marzo 2006
Primavera, ti sento dentro gli occhi
 
A grande richiesta, e come omaggio a tutti coloro che si sono appassionati alla storia di Mimosa Simonelli (e di Italo Battelli), pubblico il testo integrale dello spettacolo “Primavera, ti sento dentro gli occhi”, nella seconda versione aggiornata messa in scena ieri sera all’Atalante. Un ringraziamento affettuoso va a Stefano Pasquinucci, Rebecca Palagi e Adriano Barghetti che hanno reso possibile l’insolita (e spero riuscita) rappresentazione. A tutti un appuntamento per la terza versione (svelatrice d’ogni mistero?), nell’autunno prossimo.
 
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(Canto)
Primavera, ti sento dentro gli occhi
ebbra di verde ed ebbra di tepore.
Ogni cosa che tocchi
col tuo sorriso si rileva in fiore.
 
Questa sera per “Il Teatro delle parole” vogliamo proporvi la storia - insieme suggestiva, misteriosa e sconcertante - di una giovane, talentuosa poetessa viareggina del 1912, Mimosa Simonelli, attraverso un nucleo di sue diciassette poesie pubblicate nell’arco di quattro mesi, tra la primavera e l’estate di quell’anno, sul settimanale “Il Libeccio”, diretto dal popolare giornalista “Bociorino”, al secolo Angelo Tonelli; poesie che raccontano la vita e gli amori della poetessa e perfino, come vedremo, la sua morte. Da un punto di vista formale e d’intonazione queste poesie prendono spesso a modello quelle di Ada Negri, ma dal punto di vista del contenuto sono molto fresche, originali e all’epoca crearono anche un bel po’ di scandalo.
 
Agli albori del Novecento, Viareggio è ormai considerata la principale stazione balneare italiana e una delle più importanti del mondo, meta prediletta della nobiltà e della ricca borghesia italiana e straniera, ma anche di intellettuali, esponenti del mondo dello spettacolo, letterati, artisti, scienziati. Centro della vita mondana e culturale è la Passeggiata lignea, inaugurata nel 1902, con i suoi celebri locali e i bagni su palafitte che s’inoltravano nel mare, che col tempo hanno finito per assumere connotazioni mitiche grazie all’abbondante riproduzione fotografica giunta fino ai giorni nostri. Viareggio come città di fiaba, con i suoi villini eclettico-liberty ed orientaleggianti. Viareggio marinara, con la darsena vecchia e il molo. Una Viareggio che in massima parte non esiste più, che abbiamo voluto rendere con questo sfarfallìo, con questo sfaldarsi gelatinoso delle immagini d’epoca. E’ la Viareggio in cui ambienta le sue poesie Mimosa Simonelli.
 
L’avvenimento più importante per la città nel 1912 è l’inaugurazione del Kursaal. C’è la guerra coloniale in Libia. A Viareggio da qualche anno si è formata una piccola società letteraria costituita da giovani poeti e da giovani poetesse che pubblicano versi sui giornali locali e riconoscono come capofila e figura carismatica il poeta Italo Battelli, loro coetaneo ma già affermato anche fuori dall’ambiente locale. Alla fine del 1911, quindi l’anno prima della pubblicazione delle poesie della Simonelli, Battelli emigra in Argentina dove farà il conferenziere, il giornalista e diverrà un instancabile animatore di attività culturali per la numerosa comunità italiana. Non tornerà più a Viareggio, ma per un po’ continuerà a mandare poesie, racconti e corrispondenze, fino a quando di lui si perderà ogni traccia. Tenete a mente questo nome e questo avvenimento, perché ci sarà un colpo di scena finale.
 
Sul “Libeccio” del 20 aprile 1912, compare la prima poesia di Mimosa Simonelli, accompagnata da una nota redazionale.
 
Una nuova poetessa
Presentiamo ai nostri lettori e specialmente alle nostre gentili lettrici una nuova poetessa di calda ispirazione: Mimosa Simonelli. Ha vent’anni, è bella, è ricca; forse un po’ strana; ma – giusto cielo! – chi non è strano a questi lumi di luna? La Simonelli ci promette la sua collaborazione assidua. Noi la ringraziamo vivamente, lieti di poter accogliere su questo modesto foglio anche il nome di una signorina, che rivela un così squisito temperamento d’artista.
 
Alla gente
 
Mi son messa un cappello capriccioso
e la gente ha voluto mormorare…
O Santo Iddio, ma questo mondo pare
                             abbastanza noioso!
 
Se mi metto una vita un po’ scollata,
una gonna che mostra una caviglia,
ecco, la gente tosto se la piglia
co’ la ragazza troppo scostumata!
 
Ed io sorrido, ed io mi scopro il petto
se piomba il sole come una mannaia.
Io sono una ragazza un poco gaia,
ma questo, o gente, è l’unico difetto.
 
Se qualcuno vuol mettere la briglia
ai miei capricci, spende il tempo invano…
Non ho bisogno che mi tenga a mano
questa gente, credendomi sua figlia!
 
E ciò che dentro la mia testa frulla
io sempre faccio: vesto come voglio:
faccio a l’amore e bacio con orgoglio:
esco sola di notte e son fanciulla!
 
Mi son messa un cappello capriccioso
e la gente ha voluto mormorare…
O Santo Iddio, ma questo mondo pare
                             abbastanza noioso!
 
Dopo questa dichiarazione di poetica che è prima di tutto una sfida alla morale dei benpensanti, la Simonelli inizia un vero e proprio diario in versi a scadenza settimanale – una sorta di blog dell’epoca – dove descrive apertamente i propri desideri e i propri amori, in un linguaggio ricco di sensualità e di sentimento panico della natura. Entra in scena un personaggio: dai versi di Mimosa intuiamo che è anch’egli un poeta; Mimosa lo chiama “Rosolino”. Probabilmente non è l’unico amore di Mimosa, ma certamente è il suo amore più grande. Tra i poeti che pubblicano sul “Libeccio” c’è un certo Rosolino Caprili, che è anche giornalista (farà l’inviato sul fronte di guerra in Libia), ma non possiamo affermare con certezza che sia lui il poeta amato da Mimosa. Nei suoi amori Mimosa si dà anima e corpo, come ci narra lei stessa nella descrizione di questo convegno notturno.
 
I
 
“A mezzanotte t’attendo, o mia Mimosa,
al quadrivio, in Pineta, non mancare!”
Così mi scrisse, sopra un foglio rosa,
ieri, il mio amore!... Cominciai a tremare
 
leggendo le parole, in faccia al mare,
nel rossor dell’occaso. Pensierosa
mi stetti un po’: ne le pupille chiare
quindi passommi un’ombra dolorosa.
 
E scossi il capo. Un ricciolo mi scese
su la fronte bianchissima, tremando
ai venti, saporosi di salmastro.
 
Poi venne sera. Un fascino mi prese
tutte le vene, a l’improvviso, quando
nel turchino del ciel sorrise un astro.
 
II
 
A mezzanotte mi trovai in Pineta.
Egli attendea sur un sedile assiso.
M’accolse con un tenero sorriso,
co’ un sorriso gentile di Poeta.
 
Era la notte calma d’astri, quieta,
senza scosse di vento: un Paradiso!
Egli s’alzò, baciandomi sul viso,
e c’inoltrammo ne l’ombrìa segreta...
 
O convegno d’amore! O sospirate
strette nel buio denso, o morsi audaci
su la carne, che ancora i segni tiene!
 
O labbra lungamente assaporate
nel mostruoso delirar dei baci,
o spasimo d’ebbrezza ne le vene!
 
Nelle poesie successive Mimosa continua a manifestare liberamente questa giovanile ebbrezza sensuale, e il desiderio, anche e soprattutto fisico, dell’amato Rosolino. Tuttavia nei suoi versi comincia a insinuarsi una nota di sottile malinconìa, una sorta di presagio... Ma per il momento è ancora il vitalismo lirico di Mimosa a vincere.
 
A te
 
Sono sola sul molo e sta la sera
tinta di rosso, in fondo all’orizzonte.
Sento passarmi un soffio su la fronte
                                 di primavera.
 
Tutti i ricordi, ecco, a raccolta chiamo
entro la testa e mi sussulta il sangue.
Ah, come tutta la mia carne langue,
                              come ti bramo!
 
Vieni! Fra poco scenderà la lieve
notte, fra poco brilleran le stelle.
Voglio sentire sopra le mammelle
                        bianche, di neve,
 
passar, tremando, le tue mani audaci
in calde strette, ne la notte azzurra:
voglio la bocca tua che mi sussurra
                                   fervidi baci.
 
I quattro lustri m’urtano le vene
con mille sogni di lussuria: ascolto.
Ed improvviso mi s’infiamma il volto...
                                  Ti voglio bene!
 
Questi versi, sicuramente audaci per una giovane donna dell’epoca, scatenano l’aspra critica di un giornale d’ispirazione cattolica, “L’eco Versiliese”, che si scaglia contro il direttore del “Libeccio”, Angelo Tonelli, e arriva a tacciare Mimosa di “Geisha”, con le sue poesie “fatte apposta per una sala da tè”. C’è anche un sottinteso politico in questa presa di posizione. Le sale da tè, e a Viareggio in particolare la sala da tè del Caffè Margherita, che allora era un raffinato chalet in legno di stile liberty, erano un ritrovo, oltre che degli artisti (Puccini ne era assiduo frequentatore), anche dell’intelligenza laica e anticlericale, oltretutto cosmopolita (a Viareggio risiedeva una numerosa colonia anglo-americana; ne è testimonianza la pittoresca chiesina anglicana del Redentore e di Tutti i Santi, edificata nel 1910, oggi tristemente trasformata in pizzeria). Pur essendo “Il Libeccio” un giornale sostanzialmente moderato (i veri fogli rivoluzionari erano i locali organi di stampa degli anarchici, dei socialisti e dei repubblicani), si faceva comunque portavoce di una tradizione risorgimentale, ancorché monarchica, e anticlericale.
 
Le poesie della Simonelli cominciano ad essere dibattute in città. Alla redazione del “Libeccio” arrivano lettere pro e contro la poetessa, alcune derisorie e blasfeme che non fanno altro che rinfocolare gli attacchi de “L’Eco Versiliese”, ai quali tuttavia replica da par suo il combattivo “Bociorino”, che pubblica sul suo giornale questa nota: “La nostra gentile poetessa Mimosa Simonelli sente il dovere di ringraziare sentitamente il giornale locale “L’eco versiliese” per la continua réclame, per quanto non richiesta, che le fa in ogni numero, con le sue punzecchiature ironiche, moralistiche e noiose”.
 
A tutte queste critiche Mimosa risponde alla sua maniera, con questo inno gioioso alla Primavera.
 
Primavera, ti sento dentro gli occhi
ebbra di verde ed ebbra di tepore.
Ogni cosa che tocchi
col tuo sorriso si rileva in fiore.
 
Quanti nidi tu porti alla boscaglia,
quante rose silvestri alla collina!...
I cappelli di paglia
a me tu porti e gli abiti di trina.
 
Oh, che gioia dai fori del ricamo
mostrar le spalle, bianche come cera!...
Sotto un tenero ramo,
oh che gioia bruciarsi, o Primavera!
 
Io sono folle! E grido al cielo terso
la mia selvaggia bramosia di sole!...
Ecco: il mio sogno sperso
riprende forza, muto di parole.
 
O maligni, guardate. Getto al vento
ogni ritegno e scopro le mammelle.
La sultana mi sento
dei mille fiori e delle mille stelle!
 
Tuttavia succede qualcosa nella vita di Mimosa. E’ come se la sua potente energia creativa a poco a poco si ritorcesse contro sé stessa. Il suo “sogno d’amore” comincia ad essere descritto sempre più come un “perfido martirio”. Il suo vitalismo comincia a trasformarsi in una sorta di sofferta ipersensibilità, anche verso la natura, prima tanto amata. Nascono in lei un senso di colpa e un senso del peccato, prima totalmente sconosciuti. Probabilmente le cose non vanno molto bene con Rosolino. Ma soprattutto cominciano a manifestarsi i segni di una malattia, la tisi.
 
E con la stessa franchezza con cui Mimosa ha parlato dei suoi amori, adesso descrive impietosamente gli effetti della malattia. Il suo dimagrimento, gli sbocchi di sangue. I miglioramenti, seguiti però subito dopo da aspre ricadute. La sua convalescenza in collina, le penose cure da parte della madre (del padre, probabilmente già morto, non si parla mai). Talvolta, in un barlume di speranza, ritrova momenti di monellesca sensualità, come quando scrive, sognando della bella stagione:
 
Nei vespri estivi, quando il cielo schiude
sopra la spiaggia l’ira sua vermiglia
faranno meraviglia
ancora ai maschi le mie gambe nude.
 
Ma è Rosolino sempre in cima ai suoi pensieri, è a lui che si rivolge nelle sue poesie, anche quando sente avvicinarsi il momento fatale.
 
Stanotte il sangue! Ancora dietro gli occhi
ho quelle macchie rosse del cuscino.
Mi tremano i ginocchi...
Son vicina a morire, o Rosolino!...
 
Mi fallisce ogni sogno. – “O mio Signore
non mi fare morire: è troppo presto!
Anche s’ho triste il cuore
mi fa spavento della morte il gesto.
 
Dammi la Vita forte come i rami
d’annosa quercia che disfida il vento.
Dammi i dolci richiami
del mio povero amore, in culla spento...
 
O Signore, se m’uccidi è un gran delitto!
 
Questa terribile e insieme bellissima invocazione è il preludio alla sua ultima poesia, pubblicata sul “Libeccio” del 3 agosto 1912.
 
Ma qui, agli occhi del ricercatore, cominciano una serie di misteri.
 
E’ finita. Mi bagnano la bocca
con pezzetti di tela. Soffro tanto!
Il dito de la Morte già mi tocca...
Mamma, ho paura, sai, del Camposanto!
 
O Mamma, Mamma, vieni più vicina,
fa ch’io senta un tuo bacio sopra il viso!
Forse la tua figliola domattina
a quest’ora è volata in Paradiso!
 
Domani, Mamma, vestimi di bianco,
sciogli i capelli de la tua Mimosa,
e lunghi e biondi, e sopra il petto stanco
dal frequente tossir, metti una rosa.
 
Com’è triste morire e aver vent’anni
begli occhi azzurri e su la bocca il fiore...
 
La poesia è interrotta da questa nota.
 
Triste annuncio
Mimosa Simonelli è morta! Stamani, mentre la sorreggevo perché potesse scrivere questo canto, rimasto incompiuto, è stata assalita da un colpo secco di tosse. Ha avuto poi uno sbocco di sangue che me l’ha soffocata fra le braccia. Alla memoria di questa povera creatura sentimentale, date, o gentili lettrici del “Libeccio”, il vostro pensiero migliore.
Firmato
Italo Battelli
 
Ma… un momento!
 
Noi sappiamo che Italo Battelli è da quasi un anno in Argentina. Il “Libeccio” riporta le date delle sue conferenze che coincidono con il diario in versi di Mimosa. Dunque Mimosa era in Argentina con Battelli anche quando descriveva nelle sue poesie le passeggiate per le vie di Viareggio, ed è morta laggiù, tra le braccia del poeta?
 
Oppure è possibile addirittura ipotizzare che Mimosa sia una creatura letteraria del Battelli, una “creatura sentimentale” come la chiama il Battelli stesso. In ogni caso la paradossale messa in scena della pubblicazione delle sue poesie sul “Libeccio” non potrebbe essere stata orchestrata senza la collaborazione del direttore “Bociorino”, che oltretutto nei suoi interventi a difesa di Mimosa lascia intendere di conoscere personalmente la poetessa. Certo che le composizioni sembrerebbero rivelare un’anima femminile; si fa fatica a pensare che siano state scritte da un uomo.
 
E poi c’è il problema della comunicazione postale. Spesso le lettere dall’Argentina all’Italia prevedevano tempi di spedizione molto lunghi. I testi datati pubblicati dal Battelli risalgono sempre a molte settimane prima. E invece già nel numero successivo del “Libeccio” in cui si annuncia la morte di Mimosa, Italo Battelli inizia a pubblicare alcune poesie in memoria della Simonelli, come se fossero già state preparate in anticipo, e dalla lettura di queste poesie, ambiguamente sospese tra confessione autobiografica e alto tasso di letterarietà, come peraltro quelle della stessa Simonelli, sorge perfino il dubbio che potrebbe essere lo stesso Battelli il “Rosolino” tanto amato da Mimosa.
 
I.
 
Com’è triste la sera! Sta la “pampa”
muta di canti, ne la nebbia immersa:
solo qualche rumor d’equina zampa
avviva l’invernal sera perversa
 
In fondo, in qualche punto, il cielo avvampa,
macchia di sangue a cuori ignoti tersa.
Io piango e penso e dell’antica vampa
sento lo spasmo, o mia Mimosa persa.
 
E se il vento mi zufola alla porta
mi volgo in fretta e parmi di vederti
venìa sommessa, col sorriso in bocca.
 
Ma il mio sogno, il mio sogno poi si sfiocca
in ombre dense, tra bisbigli incerti…
Tu non ritorni, no, povera morta!
 
II.
 
Tu non ritorni. Sotto un funerario
cipresso, sotto un salice piangente,
con le mani legate da un rosario
tu, lungi ormai da’ morsi della gente,
dormi, Mimosa mia, placidamente
il tuo gelido sogno millenario
 
Non io che penso! – L’anima risente
del tuo corpo bianchissimo, di pario
marmo, il profumo, il tenero mistero
de’ chiari occhi pensosi, i dolci motti
della bocca affebbrata di lussuria.
Io penso e soffro. E simile a una Furia
 
corro dietro ai sereni dì fuggiti,
sputo in faccia al presente, troppo nero!
 
III.
 
Talora, quando il vespero di fiamma
carezza i vetri ed ogni cosa abbraccia,
rivivo, o mia Mimosa, il fosco dramma
che sopra il petto t’incrociò le braccia.
 
E risento gridare la tua mamma,
da gli occhi fondi e la smunta faccia,
gridare del dolor tutta la gamma,
cercando da per tutto la tua traccia!
 
O mia Mimosa, un brivido penoso
mi stringe allora e al mio cavallo in groppa
singhiozzo via per il roveto cupo.
 
E la notte mi trova, come iroso
Nume che, vinto, rapido galoppa,
urlando come un tormentato lupo.
 
Se vogliamo dar retta a questi versi, dove Mimosa appare come una sorta di dea dell’amore, come creatura ferica tutta febbrile sensualità e, dopo la sua morte, come dama bianca, come fantasma sempre sul punto di materializzarsi nella mente allucinata del poeta, la Simonelli e Italo Battelli erano legati da un rapporto profondo che coinvolgeva sia l’esistenza che l’arte poetica. Ma i tempi, i luoghi e le circostanze di questo rapporto restano profondamente ambigui. Battelli scrive dall’Argentina, ma quando si collocano temporalmente gli avvenimenti narrati: prima o dopo la partenza da Viareggio del poeta? E che ruolo gioca il Battelli nella definizione della figura di Mimosa e della sua storia, a ben vedere una specie di romanzo in versi? Oltre che un reale omaggio alla memoria di Mimosa, la litania finale del poeta sembra infatti costituire anche lo splendido epilogo di una specie di “fiction”: la vicenda terrena di Mimosa Simonelli che tanto aveva intrigato i lettori del “Libeccio”.
 
A dispetto di ricerche minuziose, fino ad oggi di Mimosa Simonelli non è stato possibile trovare nessuna notizia anagrafica. Del resto, “Mimosa Simonelli” potrebbe essere uno pseudonimo, ben motivato dal tono e dal contenuto delle poesie. La ragazza poteva far parte di quella colonia della ricca borghesia toscana o più generalmente italiana che disponeva di un’abitazione a Viareggio e quindi dopo la sua morte essere stata sepolta nella sua città. Se invece fosse morta in Argentina i suoi resti potrebbero trovarsi a Clucellas, la città da cui Battelli ha spedito le poesie scritte in sua memoria.
 
Sulla reale esistenza di Mimosa gioca a favore un articolo pubblicato nel 1913 sul giornale estivo “Il Mare” nel quale si accenna, come esempio di passatismo letterario, alle poesie in rima composte l’anno prima dalla “defunta Mimosa Simonelli”. Una nota critica che presto coinvolgerà tutta la “poesia battelliana” imperante a Viareggio in quegli anni. E il nome di Italo Battelli, allora celebre in città, oggi è praticamente sconosciuto. Tuttavia abbiamo rintracciato il suo ritratto – la posa un po’ da damerino, un po’ da viveur – che adornava il suo libro più apprezzato, “Convolvoli”, pubblicato nel 1911.
 
Di Mimosa Simonelli per il momento non ci restano che i suoi versi, uno spaccato esistenziale reale o immaginario, che 94 anni dopo si offre a noi come fantasmatico mistero sul palcoscenico di questa sala.
 
Questa è la misteriosa storia della poetessa Mimosa Simonelli come siamo stati capaci di ricostruirla fino ad oggi. Ma le indagini sono ancora in corso. A una prossima occasione d’incontro per le tutte le scoperte e le novità.
 
 
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giovedì, 16 marzo 2006
Poesia e misteri all’Atalante con la fantasmatica storia della poetessa Mimosa Simonelli
 
Lunedì 20 marzo 2006, ore 21.30, al Teatro Osteria Atalante (Lido di Camaiore, via Aurelia 211) nell’ambito delle iniziative del Teatro delle Parole, ideato e condotto da Stefano Pasquinucci, andrà in scena in forma di lettura lirica l’atteso spettacolo “Primavera, ti sento dentro gli occhi”, un’affascinante avventura medianica a ritroso nel tempo sulle tracce di una perturbante e misteriosa poetessa viareggina della Belle Epoque, Mimosa Simonelli, con le sue poesie sensuali e ribelli comparse sul giornale “Il Libeccio” nel 1912. Ricerca storica e creazione scenica di Riccardo Mazzoni. Voce narrante: Riccardo Mazzoni. Voce recitante: Rebecca Palagi. Accompagnamento musicale di Adriano Barghetti. Ingresso libero.
 
Si tratta di un originale e coinvolgente spettacolo “in divenire”, sempre soggetto a continui cambiamenti a seconda dell’esito delle ricerche in atto, che tanto successo ottenne alla sua prima apparizione al Principe di Piemonte nel novembre scorso. Lunedì verrà presentata una seconda versione aggiornata, appositamente elaborata per lo spazio scenico dell’Atalante, che in un sorprendente gioco di enigmi e intrecci esistenziali, tra documenti e immagini d’epoca, musica e poesia, ci porterà addirittura nella lontana Argentina. Siete tutti invitati.
 
Primavera, ti sento dentro gli occhi
ebbra di verde ed ebbra di tepore.
Ogni cosa che tocchi
col tuo sorriso si rileva in fiore.
 
Quanti nidi tu porti alla boscaglia,
quante rose silvestri alla collina!...
I cappelli di paglia
a me tu porti e gli abiti di trina.
 
Oh, che gioia dai fori del ricamo
mostrar le spalle, bianche come cera!...
Sotto un tenero ramo,
oh che gioia bruciarsi, o Primavera!
 
Io sono folle! E grido al cielo terso
la mia selvaggia bramosia di sole!...
Ecco: il mio sogno sperso
riprende forza, muto di parole.
 
O maligni, guardate. Getto al vento
ogni ritegno e scopro le mammelle.
La sultana mi sento
dei mille fiori e delle mille stelle!
 
Mimosa Simonelli, “Il Libeccio”, 15 giugno 1912
 
 
 
 
postato da: riccardomazzoni alle ore 09:53 | Permalink | commenti (1)
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domenica, 12 marzo 2006
Riappropriamoci del teatro sottratto
 
Con il mio precedente post sulla gestione del Teatro Jenco sapevo che avrei toccato un nervo scoperto. Troppi i segnali che mi venivano da vari strati della cittadinanza con parole che non lasciavano dubbi - “raccomandazioni politiche”, “servilismo verso le iniziative dell’amministrazione”, “monopolio delle attività culturali in ambito teatrale” e, andando più sul concreto, “impossibilità di usufruire del teatro perché sempre occupato dalla stessa compagnia”, “il fratello del regista di detta compagnia che apre e chiude il teatro lautamente pagato speriamo non dal comune”, ecc. - anche perché espresse in gran parte da persone di sinistra (certo non di quel greve potentato ideologico che ha governato la città negli ultimi anni). Premetto che, aldilà di quella che può essere la mia opinione rigorosamente personale e francamente non eccelsa sulla statura artistica del regista A.E.M.(oretti) e riconoscendogli tuttavia la capacità di aver aggregato un pubblico fedele di amici e amici degli amici intorno ai suoi deliri solipsistici - una cosa è il “soggettivismo poetico” che amo e pratico quotidianamente, altra cosa è “l’estetica da pallone gonfiato” che, per far capire bene cos’è, accomuna in ambito politico Berlusconi e D’Alema - non è certo mia intenzione perorare uno sfratto della Compagnia Teatro Sottratto dalla Sala Jenco. Anzi. Il mio invito è quello di partecipare ad una nuova iniziativa che presto verrà proposta alla città. Il Teatro Jenco deve rimanere aperto tutto l’anno, dalla mattina alla sera. Luogo d’incontro, di effusione e di scambio tra poeti, registi, attori, artisti, musicisti, omini anonimi (i più grandi!), sognatori, medium e chi più ne ha più ne metta! Ma paritariamente, senza privilegi da unti del signore, o del sindaco, o dell’assessore, o… (spazio da riempire a piacere).
 
 
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venerdì, 10 marzo 2006
Un teatro sottratto… alla città
 
Sollecitato da un paio di commenti al mio precedente post e soprattutto da continue rimostranze e segnalazioni da parte di molte persone attive a Viareggio nell’ambito del teatro e dello spettacolo, vorrei spendere alcune parole sulla gestione del Teatro Jenco. Quando fu inaugurato, pochi anni fa, fu presentato come uno spazio a disposizione della cittadinanza, dei suoi artisti e dei suoi gruppi teatrali. Adesso mi dicono che di fatto è stato monopolizzato dal regista Andrea Elodie Moretti, con la sua associazione Policardia Teatro e la sua Compagnia Teatro Sottratto, che addirittura viene indicata come “compagnia stabile” del Teatro Jenco. Per il momento non entro in merito sui criteri che hanno determinato questa situazione di privilegio - tanto più che le istanze poetiche del regista Moretti, forse per troppo sottrarre, mi sembrano piuttosto inconsistenti, banalmente ripiegate in quell’accademismo dell’antiaccademismo che avrebbe fatto inorridire Carmelo Bene, a cui Moretti sembra spesso fare riferimento con le sue estetiche dell’altrove - e neppure su alcuni risvolti poco chiari che emergono sui metodi di gestione, ma fedele alla mia idealità propositiva lancio questo appello da indirizzare ai nostri amministratori. La Sala Jenco deve diventare un libero spazio (a costo zero!) dove i gruppi e gli artisti viareggini possano sviluppare e confrontare le proprie creazioni. Tutti, indistintamente, perché la creatività è una necessità antropologica al pari della libertà e, come suggerisce Valeria nel suo post, un’amministrazione di sinistra queste proposizioni dovrebbe averle acquisite nel DNA.
 
 
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martedì, 07 marzo 2006
L’OSSO CHE CANTA
ovvero
LA PENNA DELL’UCCELLO GRIFONE
 
Fiaba tradizionale da me recitata e cantata nell’ambito della “veglia” organizzata da Stefano Pasquinucci la sera di venerdì 18 novembre 2005 presso il Centro Congressi “Principe di Piemonte” a Viareggio e replicata all’Osteria Teatro Atalante a Lido di Camaiore la sera di lunedì 9 gennaio 2006 nell’ambito delle iniziative del “Teatro delle parole”
 
 
C’era una volta un re che aveva una malattia agli occhi.
 
“Non c’è medicina che ti possa guarire, maestà”, gli dicevano sconsolati i medici. Ma una vecchia, che aveva fama di maga, gli disse: “Il rimedio a dire il vero esiste, è la penna dell’uccello grifone che vive su una pianta altissima e mangia i cristiani come un drago”.
 
Allora il re chiamò a sé i due figli: “Se tenete alla mia vita, dovete portarmi una penna dell’uccello grifone. Ma vi raccomando di tornare sani e salvi. Prendete due cavalli per ciascuno, uno tenetelo sempre di scorta, non si sa mai cosa può succedere quando si viaggia. Se l’impresa è troppo difficile, abbandonatela, e tornate, tornate...”
 
I due fratelli partirono insieme, ma fatta poca strada si separarono. “Io vado di qua, tu di là, così potremmo cercare meglio. Ci ritroveremo qui, in questo punto, tra un anno, un mese e un giorno”.
 
Ma i due fratelli non avevano lo stesso cuore. Il più giovane voleva bene a suo padre, ne aveva pietà per la grave malattia; l’altro, il maggiore, si augurava che morisse per prenderne il posto sul trono del regno. Tanto che, invece di darsi da fare alla ricerca della penna dell’uccello grifone, si fermò in una città, but