La “Bimba che aspetta” tra storia e leggenda
Oggi ho accompagnato Michela Lazzari e Marinella Petri (che, oltre ad essere delle ragazze dolcissime, sono un esempio vivente di quell’universo femminile di cui parlavo nel mio precedente post) in una sorta di pellegrinaggio al grande angelo custode del sepolcro che sovrasta il portale della maestosa cappella della famiglia di Francesco Garrè nel cimitero comunale di Viareggio: un capolavoro della scultura funeraria apuo-versiliese del primo Novecento, scolpito nel 1909 su modello di Carlo Nicoli, il titolare del maggior laboratorio artistico del marmo carrarese a cavallo tra Ottocento e Novecento (l’esecutore materiale della statua fu probabilmente lo scultore Giovanni Beretta). Un pellegrinaggio proseguito con l’immancabile visita alla statua funeraria della Bimba che aspetta, vera icona dell’immaginario affettivo cittadino, a cui ho dedicato in passato diversi studi che coinvolgono arte, poesia, tradizione e costume. Pensando di fare cosa gradita a tutti i viareggini trascrivo il quadro delle notizie documentarie sulla piccola bambina di marmo che ho riunito in vista della realizzazione di un video (la cui lavorazione si sta protraendo nel tempo data la vastità e la complessità del materiale raccolto) e su cui Elisabetta Salvatori, una delle più brave attrici-fabulatrici toscane, ha intessuto un originale e coinvolgente spettacolo di narrazione teatrale che ha ottenuto un unanime successo l’estate scorsa nel suggestivo scenario di Cava Barghetti sopra Palazzo Mediceo a Seravezza.
********
Una delle più radicate e struggenti tradizioni viareggine vuole che il giorno dei morti i bambini vengano accompagnati all’interno del complesso cimiteriale lungo un itinerario che prevede come meta privilegiata la visita alla statua funeraria della Bimba che aspetta - così chiamata perché raffigurata in attesa della madre ormai morta - che adorna l’edicola metallica della famiglia Barsanti-Beretta, edificata nel 1895 lungo l’antico muro di cinta a meridione confinante con il cimitero ebraico; la statua, che coniuga efficacemente stile realistico e valenze simboliche, costituisce anche un interessante caso di cristallizzazione nell’immaginario collettivo di motivi culturali filtrati dalla tradizione orale.
L’edicola e la statua sono così descritte in un articolo del giornalista e scrittore Enrico Sisco apparso sul settimanale “La Burlamacca” del 3 novembre 1895: “Meritevole di osservazione è la nuova edicola in ferro con pareti di cristallo, su basamento di marmo, che “la pietà della famiglia riunita” ha eretto alla memoria della povera Clorinda Barsanti, che dorme il sonno dei giusti con la sua figlioletta Paolina. Sopra uno dei gradini per cui si accede all’interno dell’artistico tempietto, sta seduta pensosa e malinconica una statuina di marmo, che raffigura una bimba con in mano una ghirlanda di fiori simboleggiante la figlia dell’estinta in attesa della madre. Opera davvero pregevole uscita dal valente scalpello del carrarese Ferdinando Marchetti, e che dà un grande effetto artistico all’insieme di quel chiosco mortuario costruito su disegno di Eugenio Barsanti, marito dell’estinta”. Si tratta di un documento di eccezionale importanza che ci permette di restituire la paternità della statua, di cui da tempo si era persa memoria, allo scultore Ferdinando Marchetti, il quale, a dispetto di ricerche minuziose miranti a ricostruirne l’identità, resta per il momento un artista piuttosto misterioso vista l’assoluta mancanza di altra documentazione intorno alla sua attività. Una traccia sembra condurre verso la figura di un Ferdinando Lodovico Marchetti, nato nella frazione di Torano nel 1843, segnalato nel 1862 tra gli allievi più promettenti dell’Accademia di Carrara. Il suo nome tuttavia non compare mai nei repertori degli scultori e dei titolari dei laboratori artistici del marmo carraresi della seconda metà dell’Ottocento e dunque la statua della Bimba che aspetta rimane per il momento l’unica sua opera accertata.
Il committente Eugenio Barsanti, nato a Viareggio nel 1863 e morto ottantottenne nel 1951, fu un personaggio molto conosciuto nella società viareggina dell’epoca, sia per la sua attività politica (fu tra i fondatori del partito repubblicano viareggino), sia per il suo mestiere di fabbro ferraio, in cui egli profuse il suo spiccato talento artistico che è ben evidenziato nell’edicola funeraria di famiglia costruita su suo disegno. Rimasto presto orfano del padre, imparò presumibilmente il mestiere dallo zio Giuseppe Barsanti, titolare di un’importante bottega di lavorazione artigiana del ferro che aveva sede in Darsena. Nel 1884 Eugenio Barsanti sposò Clorinda Beretta, nata a Viareggio nel 1865, ultima di sette sorelle morte tutte in giovane età (specchio dell’alto tasso di mortalità dell’epoca), da cui ebbe sei figli. La primogenita, Paolina, morì nel 1887 a soli due anni: la statuetta raffigurante un putto orante - celebre e replicatissimo modello dello scultore fiorentino Luigi Pampaloni, attivo nella prima metà dell’Ottocento - oggi conservata all’interno dell’edicola, fu probabilmente realizzata per la tomba della bambina. Clorinda Beretta morì a soli 29 anni nel 1894 - “per rara pustola maligna sul fronte”, come si legge in un necrologio dell’epoca firmato da Enrico Sisco apparso sul giornale lucchese “Il Progresso”, ma anche stremata dai parti - e fu sepolta accanto alla prima figlia; l’anno dopo fu portata a compimento l’edicola. Secondo il racconto unanime degli eredi e degli amici del committente, per la statua della Bimba che aspetta posò la terzogenita, anch’essa di nome Paolina, che all’epoca aveva sei anni. Si pensi a questa figura femminile che, nel corso degli anni - adolescente, donna matura, anziana signora - continua a rivedere sé stessa bambina, ritratta nella statua di marmo, come confinata da una sorta d’incantesimo crepuscolare nel periodo forse più doloroso della propria esistenza. E in effetti, nel ricordo di chi la conobbe, la figura di Paolina Barsanti è sempre stata avvolta in un velo di malinconìa. Ricamatrice di professione, dopo un lungo soggiorno a Milano, morì a Viareggio nel 1971.
Alcune testimonianze orali di informatori nati nei primi anni del secolo attestano che nel periodo immediatamente precedente la prima guerra mondiale il mito della Bimba che aspetta si era in gran parte formato. Il pellegrinaggio al sepolcro è documentato già pochi anni dopo la costruzione dell’edicola. Emblematica in questo senso è una lettera del 1901 della cittadina Emilia Biancalana, conservata al Centro Documentario Storico del Comune di Viareggio, la quale si rivolge al Sindaco, Cesare Riccioni, chiedendo il permesso di collocare sulla tomba dei propri defunti una balaustra di marmo, in quanto, scrive, “essendo accosto alla tomba di cristallo del sig. Eugenio Barsanti, la gente per visitarla passa sopra le pietre dei miei defunti, con pericolo di romperle, come difatti già per due volte l’hanno infrante”.
La statua della Bimba che aspetta ha mantenuto fino ad oggi una straordinaria capacità attrattiva anche se le testimonianze orali si sono fatte sempre più labili e frammentarie. Allo stato attuale delle ricerche, il corpus delle tradizioni popolari è così configurato. Sul motivo originario della bimba che attende la madre ormai morta si sono innestate alcune aggiunte o varianti - a volte narrate come fatti realmente accaduti, altre volte con la consapevolezza che si tratta di rielaborazioni leggendarie - fino alla creazione di veri e propri micro-racconti in cui l’assunto di base finisce per arricchirsi di un’infinità di particolari che celano talvolta profonde motivazioni inerenti sia alla sfera individuale che collettiva. Appartiene al nucleo degli avvenimenti raccontati come veritieri la versione secondo la quale la bimba sarebbe anch’essa morta mentre attendeva la madre. Una variante diffusa è che la bimba sia stata ritrovata priva di vita proprio sugli scalini dell’edicola dove soleva restare in raccoglimento dopo la morte della mamma. Un’informatrice narra di un incontro avvenuto intorno al 1980 presso l’edicola con un’anziana signora la quale si presentò come una parente della famiglia Barsanti - di cui non è stato possibile accertare l’identità - e raccontò che la bimba era stata così raffigurata perché approssimandosi la morte della madre e volendo evitare alla piccola il momento del trapasso la nonna disse alla nipotina di andare a sedersi sulle scale perché avrebbe visto la mamma passare con gli angeli per andare in cielo. Curiosa e significativa per le implicazioni sociali che sottende è la versione che descrive la bimba come una sorta di Cenerentola perseguitata dalla matrigna che un giorno viene trovata morta sulla tomba della mamma dove si recava ogni giorno a cercare conforto. Non mancano neppure storie ammonitrici della più pura tradizione popolare come quella secondo cui la bimba, disobbedendo alla mamma, si era allontanata da casa, la madre per il dolore era morta e la bimba, pentita e affranta, era ritornata da lei troppo tardi. Vi sono poi i racconti di natura dichiaratamente fiabesca come quello secondo cui la bimba a forza di attendere la madre sulla soglia dell’edicola si trasformò in statua. Nel loro insieme, le voci e le storie fiorite intorno al motivo della Bimba che aspetta costituiscono delle testimonianze esemplari della condizione di estrema precarietà esistenziale del mondo femminile, che dalla fine dell’Ottocento si è protratta almeno fino agli anni Cinquanta del Novecento, e l’accentuato patetismo che le contraddistingue sembra voler stemperare o purificare nella commozione un sentimento ben più drammatico e disperato.
Nel corso della ricerca si è manifestato un ulteriore enigma relativo alla scultura funeraria. Si tratta di una poesia ad essa strettamente collegata, tramandatasi oralmente fino ai giorni nostri della quale sono state raccolte una dozzina di versioni più o meno frammentarie che derivano tutte con evidenza da un medesimo prototipo: una composizione di origine colta (il metro è in endecasillabi), sicuramente inserita in vecchi, oggi quasi introvabili, libri di lettura per le scuole elementari (anche se nessun informatore è stato in grado di precisarne il titolo e l’edizione). La versione orale più completa fino ad oggi raccolta è la seguente (si tratta di un dialogo tra la bimba e un passante):
Che fai bambina mia su quella porta
guardando da lontan per quella via?
Ah, se sapessi, quando la fu morta
se la portaron via di là la mamma mia
e mi han detto che di là deve tornare
e son qui da tanti anni ad aspettare!
Cara bambina mia ma tu non sai
che i morti al mondo non ritornan mai?
Tornan nel vaso i fiorellini miei,
tornan le stelle, tornerà anche lei!
Le analogie con la scultura della Bimba che aspetta sono evidenti. Si deve a tali analogie se la poesia è stata collegata con la scultura o il rapporto di filiazione è più diretto? E in questo caso: è la poesia ad aver ispirato la scultura oppure - ipotesi assai più remota, ma suggestiva - è vero il contrario? A queste domande è stato possibile rispondere solo recentemente, in virtù di un’indagine serrata condotta con l’ausilio di internet. I versi sopra riportati corrispondono infatti a una poesia di Giovanni Prati (1814-1884) dal titolo “Tutto ritorna” (grazie a Jolanda Restano del sito “Filastrocche.it” per la preziosa segnalazione). Fa parte della raccolta postuma delle “Poesie scelte” curata nel 1892 da Ferdinando Martini per l’editore Sansoni (e forse è qui che può averla letta il Barsanti). Curiosamente a livello popolare questa poesia, la cui versione tramandatasi oralmente è forse più bella e incisiva dell’originale, è spesso attribuita ad Ada Negri e quindi post-datata di molti anni. Uno dei tanti misteri che rendono ancora più affascinante la storia dell’ormai centenaria bambina di marmo.
