lunedì, 29 maggio 2006
L’infanzia e lo stato di grazia
 
Molte volte mi sono chiesto l’origine di quell’ineffabile stato di grazia che provo quando mi dedico anima e corpo alle mie ricerche passando talvolta giornate intere in completa solitudine tra i monumenti o nelle biblioteche e negli archivi. Ebbene, mi sono accorto che non faccio altro che riprodurre gli stati di grazia delle mie solitudini infantili, di figlio unico, che inventava e raccontava a sé stesso meravigliose avventure e inquietanti misteri, e, adolescente, creava dolcissime anche se un po’ malinconiche fidanzate, da cui discendono tutti i miei fantasmi femminili, uno dei quali, Federica, ho sposato strappando il velo sottile che lo separava dalla realtà (ma ricucendolo subito dopo per mantenere intatte tutte le mie facoltà immaginative).
 
 
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categoria:elegie
venerdì, 26 maggio 2006
L’incubo svelato. Sull’etimo della voce “Linchetto”
 
Questo post, che riprende un mio breve saggio presentato in forma di cartoncino a un convegno organizzato dai librai antiquari romagnoli a Bologna nel febbraio del 1998, è dedicato, oltre che a tutti gli amanti dei folletti, a Marinella Petri, come ringraziamento per l’entusiasmo con il quale segue questo blog e nella speranza che possa in qualche modo esserle utile per i suoi studi sugli esseri fantastici della montagna versiliese.
 
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In vari dialetti italiani gli appellativi che designano il folletto fanno riferimento al senso di oppressione connesso all’incubo notturno che molte tradizioni attribuiscono all’azione esercitata dall’essere fantastico. Spesso si è giunti a confondere il folletto con l’incubo stesso, in modo che un’unica denominazione serve per designare sia il fenomeno psicofisico, sia l’essere soprannaturale che a livello popolare ne è ritenuto la causa. In particolare, alcuni appellativi si fanno risalire al latino Incubus (che già presso gli antichi romani era considerato uno spirito antropomorfo che premeva nottetempo il petto ai dormienti, immobilizzandoli e impedendo loro di respirare e di gridare) - composto da in, “sopra”, e un derivato di cubare, “giacere”, quindi “che giace sopra”, che provoca tormento durante il sonno - attraverso la forma encovo e quella apocopata enco, comune a vari dialetti italiani, spesso con l’articolo concresciuto e il caratteristico suffisso diminutivo (numerosi sono i casi di riplasmi e contaminazioni). E’ il caso dell’appellativo lucchese Linchetto (a Viareggio anche Inchetto, senza l’articolo agglutinato), che il classico repertorio di Wilhelm Meyer-Lübke, Romanisches Etymologisches Wörterbuch, fa derivare appunto da Incubus. Qui di seguito ripercorreremo i passaggi che hanno portato alla ricostruzione dell’etimo del termine Linchetto, che costituiscono un esempio interessante di migrazione di una singola voce tra dizionari e repertori lessicali e del progressivo svelamento della sua trasparenza semantica ed etimologica.
 
Il termine Linchetto come sinonimo di “folletto” appare tra le Voci usate nel dialetto lucchese che non si trovano registrate nei vocabolari italiani, manoscritto di Salvatore Bianchini conservato alla Biblioteca Statale di Lucca, databile al 1820 (ma pubblicato solo nel 1986): “Linchetto. Quello spirito, che si crede da alcuno che stia nell’aria, e faccia agli uomini degli scherzi, e versando talvolta scrosci di risa. Folletto”. Non vi è qui nessun tentativo di ricostruzione etimologica (del resto, l’Etymologisches Wörterbuch der romanischen Sprachen di Friedrich Christian Diez, che servì da ispirazione e da stimolo alle ricerche etimologiche per i filologi delle generazioni successive, apparirà solo molti anni più tardi), e mancano anche riferimenti alle due funzioni fondamentali attribuite al Linchetto dalla ricca documentazione demologica raccolta fino ai giorni nostri: quella di folletto incubo e quella di folletto delle stalle. Analogamente non vi è nessun accenno alla fisionomia del Linchetto, generalmente raffigurato come un piccolo essere antropomorfo con il cappuccio rosso. Si dice semplicemente che sta nell’aria, alludendo alla sua invisibilità, e gli viene attribuita una sonora risata (particolare che ritornerà nella documentazione successiva). Per lungo tempo le fonti documentarie taceranno intorno all’aspetto fisico del Linchetto. Non verrà descritto l’essere fantastico, ma i suoi comportamenti e le sue azioni. La voce del Bianchini fu ripresa integralmente dal Vocabolario dell’uso toscano (1863), compilato da Pietro Fanfani, che ne cita regolarmente la fonte. Il Fanfani fu tra i collaboratori del monumentale Dizionario della lingua italiana di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini, portando in dote, tra le altre, la voce Linchetto, che qui presenta una nuova formulazione: “Linchetto. S. m. Specie di folletto, che è creduto annodare la coda de’ cavalli. Superstizione nel pop. tosc. Forse da Vinculum, Vinclum. Ne attribuiscono la vera causa a malattia”. Se interpretiamo il termine Vinculum, “vincolo”, come riferito al senso di oppressione notturna, si potrebbe supporre che gli estensori della voce conoscessero, oltre all’accezione di folletto delle stalle, motivata dal riferimento all’azione di intrecciare la coda dei cavalli, anche quella di folletto incubo attribuita popolarmente all’essere fantastico, che tuttavia non viene dichiarata nel vocabolario.
 
Si deve a Napoleone Caix l’esatta ricostruzione della radice etimologica della voce Linchetto. Nei suoi Studi di etimologia italiana e romanza (Firenze, Sansoni, 1878) - una raccolta di osservazioni e aggiunte al vocabolario etimologico delle lingue romanze del Diez - a proposito della voce lucchese Linchetto, mutuata dal vocabolario del Fanfani, egli scrive che “potrebbesi riguardare come un dimin. di lenco = umbro enco con l’articolo agglutinato”, a sua volta derivato dal lat. Incubus, secondo un procedimento tipologico presente in vari dialetti italiani, messo in luce, tra gli altri, da Adolf Mussafia, nel suo pioneristico saggio di analisi onomasiologica di molte parole dialettali italiane contenute in antichi glossari italo-tedeschi (Beitrag zur Kunde der norditalienischen Mundarten im XV. Jahrhunderte, 1873, s.v. mazaruol, p. 178), e da Giovanni Flechia in un articolo apparso sull’Archivio Glottologico Italiano (II, 1874, pp. 9-11). Accanto a questa ipotesi egli ne avanza un’altra, rivelatasi però errata. Constatando che per il Fanfani il significato di Linchetto sarebbe quello di “folletto”, lo studioso pensa ad una derivazione dal tedesco licht: “onde il significato originario sarebbe precisamente quello di feu follet, ted. irrlicht”. Ciò testimonia che il Caix avvicina la nozione di “folletto” più alla personificazione del “fuoco fatuo” (feu follet) che a quella dell’“incubo notturno”. La decisa identificazione del Linchetto con la personificazione dell’incubo, suffragata dalla ormai chiara derivazione etimologica dal lat. Incubus, è avanzata da Silvio Pieri negli appunti lessicali del suo studio sulla fonetica lucchese apparso sulle pagine dell’Archivio Glottologico Italiano (XII, 1890, p. 130). Egli infatti scrive: “Linchetto. Genio che è personificazione dell’incubo”; rimandando per l’etimologia alla forma antica Linco, contenuta nell’Onomasticum italico-latinum dell’Amalthea onomastica Iosephi Laurentii Lucensis, stampato a Lugduni (l’attuale Basilea) nel 1664.
 
 
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martedì, 23 maggio 2006
Quando la tua anima donna neve
 
Quando la tua anima donna neve
fioccherà su questi fiori indivisibili
su queste strade immense e vuote
come un evento sconosciuto
come un rito misterioso
e mi spegnerà le mani di fuoco
io coglierò per te il pensiero di Dio
più prossimo al cuore
e la stella di rugiada
che muore ogni mattina
tra le labbra alla finestra
 
Avrai diciassette anni
tra quattordici giorni
ragazzina dai grandi occhi di nebbia
come un colpo di martello
in mezzo al cielo
ed io qui stupido
a scriverti “auguri”
quando non ho neppure più
il coraggio
di scendere nella pioggia
e gridare
 
Poesia per una ragazzina di diciassette anni
col nome della donna amata dal Petrarca
scritta da un poeta ventunenne
a Viareggio il 16 dicembre 1982
 
“al tempo dei sogni che stordivano la mente
dei conati di vomito per troppa emotività”
 
Ritrovata rapidamente nella memoria
e recitata appena alcuni istanti dopo
insieme a Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
di Francesco Petrarca
nella serata di gala del “Teatro delle Parole”
alla presenza del suo ideatore
Stefano Pasquinucci
e di tanti compagni e compagne d’incantamenti
sul palco dell’Atalante il 22 maggio 2006
 
 
postato da: riccardomazzoni alle ore 14:51 | Permalink | commenti (7)
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sabato, 20 maggio 2006
Il ritorno all’Agorà e una querula querela
 
Da “La Nazione” del 16 Maggio 2006
TEATRO JENCO
Marlia minaccia azioni legali per le critiche su blog e ‘Viareggiok’. La querela corre in Rete. Rischia di finire davanti al giudice la battaglia (combattuta su Internet) intorno al teatro Jenco. Il dirigente alla cultura Giulio Marlia ha dato mandato al suo avvocato di verificare se esistano i margini per un’azione legale nei confronti di Riccardo Mazzoni, Stefano Pasquinucci e Roberto Alessandrini. Il primo è autore di considerazioni riportate sul sito Viareggiok (di cui è responsabile Pasquinucci) e sul suo «blog» personale, considerate da Marlia lesive della sua onorabilità. Quanto ad Alessandrini, ha firmato interventi critici, ospitati sul «blog» di Mazzoni, giudicati dal dirigente della cultura particolarmente pesanti. In particolare Mazzoni ha contestato la gestione del teatro Jenco, affidato, a suo modo di vedere in maniera impropria, alla Compagnia Teatro sottratto di Andrea Elodie Moretti. C’è un passaggio nel quale si legge: «Il dirigente alla cultura recita negli spettacoli di Moretti che lui stesso ha autorizzato e mi auguro non direttamente finanziato. Il conflitto d’interesse è talmente palese che lo riconoscerebbe anche Berlusconi! E l’onestà intellettuale è una virtù sempre più rara». Giudizi come questi hanno spinto Marlia a rivolgersi al suo legale, tanto più che hanno dato la stura ad interventi sul blog, per lo più anonimi, ancora più pesanti. E’ vero che dopo queste schermaglie c’è stata una riunione fra le Compagnie locali e l’assessorato alla cultura che ha garantito l’«apertura» del teatro Jenco ad altre realtà. E lo stesso Mazzoni, sul suo blog ha cercato un chiarimento con Moretti, spiegando che la sua è stata solo una battaglia per la riappropriazione del teatro Jenco. E a Marlia dice: «non era mia intenzione offendere in qualsiasi modo la sua onorabilità». Basterà a evitare le querele? Insomma, anche Internet può ferire più della spada.
 
Stefano Pasquinucci sul suo blog
MI QUERELANO (FORSE)
Sollecitato da un commento di Burlanet e da una mail di Riccardo Mazzoni, di ritorno dal mio viaggetto rigenerante mi sono andato a leggere l'articolo dal titolo "La querela corre in rete", apparso in data 16 maggio scorso nella cronaca locale de La Nazione. Apprendo che il Dirigente alla cultura del Comune di Viareggio, Giulio Marlia, ha dato mandato ai suo avvocato di verificare se esistano i margini per un'azione legale nei confronti del sottoscritto, di Riccardo Mazzoni e di Roberto Alessandrini. La triade in questione sarebbe colpevole di aver scritto e/o pubblicato, su siti e blog, "considerazioni lesive dell'onorabilità di Marlia, interventi critici e pesanti". Tutto ha inizio dalla lucida analisi che Mazzoni ha fatto rispetto alla gestione che, in questi ultimi anni, ha caratterizzato il Teatro Jenco. Una situazione che in passato, più volte, aveva fatto nascere forti perplessità e malumori diffusi. Tanto che il 27 aprile scorso l'Assessora alla Cultura Boncompagni aveva ritenuto opportuno convocare in comune (presente lo stesso Marlia) i rappresentanti di varie compagnie teatrali locali per chiedere loro collaborazione e proporre un maggior coinvolgimento. Si tratta di un confronto positivo e significativo che continua e che spero possa davvero far si che questa struttura, in futuro, sia a disposizione del maggior numero possibile di persone e progetti (senza che nessuno ne possa fare un uso quasi personale). Le querele, invece, non mi spaventano. Una volta, in passato, ho avuto a che fare con cose simili con il risultato che l'altra parte ha pagato spese legali, risarcimento ed ha firmato una lettera di scuse. Questa persona si chiamava Giulio Marlia.
 
Roberto Alessandrini sul suo blog
Premesso che non leggo i quotidiani perchè ritengo l'unica vera informazione quella sulla rete segnalo che in merito alle vicende legate all'uso e alla gestione del Teatro Jenco, leggo, oggi 16 maggio, sulla cronaca locale de La Nazione, un articolo che riportiamo di seguito. L'articolo parla dei blog e dei siti che si sono occupati, nel silenzio generale, del teatro che dovrebbe essere "comunale" ma che è sembrato in questi anni e mesi un altra delle mirabolanti e fantasmagoriche invenzioni di questa amministrazione che, nei fatti, non ha aggiunto ma al contrario tolto, spazi di aggregazione e di socializzazione alla citta. Sia chiaro, a tutti, che sono abituato, da sempre, ad assumermi le responsabilità per quanto fatto, scritto, detto in ogni occasione, sia essa pubblica o privata e che, nel caso specifico, attendo ancora risposte da chi è delegato ad amministrare la cosa pubblica e che è tenuto, sempre, a rispondere delle proprie azioni ai cittadini. Ognuno, quindi, si assumerà le responsabilità in merito a quanto affermato nell'articolo, riguardo alla mia persona. Sinceramente non mi piace il tono dell'articolo. Non mi piace perchè mi piacerebbe aver letto, nei mesi scorsi, un'inchiesta, seria, su come gli spazi, e in questo caso quelli di un bene comune come il Teatro Jenco fossero gestiti. Ma è chiedere troppo, forse, a chi si occupa di informazione e non ha tempo di indagare o riportare le segnalazioni dei cittadini ma è , al contrario e in molti casi, solo il megafono del potente di turno. D'altronde i mass-media hanno l'abitudine, ormai consolidata, in quest'Italia post-berlusconiana, di "non disturbare il manovratore" qualsiasi sia la sua funzione o colore politico. Ho denunciato da sempre e pubblicamente, molti aspetti oscuri di questi anni di amministrazione cosidetta di "centrosinistra". L'ho fatto sulla gestione del Carnevale di Viareggio, sulle colpevoli mancanze di un'amministrazione che ha cementificato, inquinato, reso invivibile questa città, e lo faccio, oggi, sul Teatro Jenco. E continuo a farlo, senza paura e senza nessuna sudditanza verso nessuno perchè, al contrario di altri, non ho poltrone, stipendi o incarichi da difendere e, sinceramente, "me ne fregasse de meno" di averne. Le accuse che io ho mosso, in questi anni, ad amministratori e presidenti sono supportate da fatti e documenti ma è più facile liquidare il tutto come "polemiche" o "azioni disfattiste contro l'interesse della città", come hanno fatto i protagonisti negativi di quelle vicende, che rispondere nel merito ed assumersi responsabilità. Qui non c'entrano niente le antipatie o simpatie personali, a me interessa, come interessa a tanti cittadini di questa città, che chi è chiamato a qualsiasi livello, in un sistema democratico, a gestire la cosa pubblica, debba riponderne ai cittadini, e non solo in fase elettorale, che è solo un comodo alibi che i politicanti di professione usano, ma debba rispondere ogni volta che un cittadino o i cittadini chiedono spiegazioni e informazioni. Il diritto all'espressione e alla critica è sancito dall'art.21 della Costituzione della Repubblica Italiana. E io, da cittadino, intendo difenderlo ed esercitarlo. Sempre!
 
Riccardo Mazzoni sul blog di Stefano Pasquinucci
Se mi spaventassero le querele non sarei un (umile) poeta e un (magari un po’ troppo intransigente?) uomo libero. A questo punto però mi rendo conto che teatralizzare la città contro la pratica del teatro sottratto, come avevo gioiosamente ipotizzato come forma creativa di protesta, forse non è più sufficiente. Questa città va liricizzata da cima in fondo. Sempre con gioia, ovviamente, e con tranquillità (la gioia di San Francesco, la tranquillità di Lao-Tze). Mi dispiace per i materialisti, per i politicanti, per i burocrati, per gli pseudo-artisti. Ma andrà a finire così. P.S. Intanto, il Teatro Jenco da qualche giorno è miracolosamente a disposizione di tutti. O come mai? Stefano e Roberto ne sanno qualcosa!
 
Roberto Alessandrini sul blog di Stefano Pasquinucci
Ho scritto su Burlanet e su BerrettaRossa quello che penso dell'articolo, delle querele e dei protagonisti dell'ennesimo atto che denota solo la paura della verità e l'allergia alle critiche. Aggiungo solo, perchè stimolato dalla citazione di Riccardo, un pensiero di Sun-tzu, grande generale cinese ed abile stratega, è autore de "L'arte della guerra", ispirato al Tao: "Sii veloce come il vento; lento come una pianta; aggressivo come il fuoco; immobile come una montagna; inconoscibile come lo yin; irruento come il tuono." Noi siamo così e non ci fermeranno.
 
Roberto Alessandrini sul sito DELAFIA.COM
Ma secondo voi io sto tremando dalla paura? Se qualcuno pensa, forse non conoscendomi, che io mi metta buono buono in un angolino e in silenzio ha sbagliato persona. C'è un solo modo perchè io stia zitto sulle porcherie che da anni, insieme ad altri amici, segnaliamo e denunciamo. Il modo è semplice e rapido. Dirci la verità, nient'altro che la verità. Perchè fino a quando io ascolto solo bugie continuo a rompere i coglioni. E probabilmente non solo quelli. P.S. Grazie della solidarietà, ma un fiasco di vino era meglio...
 
Riccardo Mazzoni sul sito DELAFIA.COM
Grazie infinite per la solidarietà, ma essendo io astemio (come Stefano e a differenza di Roberto; pensate che ampio ventaglio ideologico sta dietro la polemica sul teatro Jenco!) preferisco un bel bicchiere di acqua di fonte, LIMPIDA e PURA. Il bello di Internet è che io posso esprimere liberamente le mie idee, confrontarmi con quelle degli altri, darci tutti un appuntamento in Piazza e poi andare a manifestare davanti al comune. Il tutto in una mezza giornata. L’impressione generale che mi sono fatto di questa vicenda è che nelle stanze del potere (ma anche nelle redazioni dei giornali) stia crescendo un forte nervosismo per l’applicazione diretta di pensieri, azioni, idee che questo strumento può permettere, rivalutando tra l’altro il piacere e la soggettività espressiva della scrittura (ed è su questo campo che il Dirigente Marlia o il regista A.E.M. e compagnia bella dovrebbero interagire ma ahimè, avendo letto i manifesti del teatro sottratto la vedo dura…)
 
Riepilogando
Grazie dunque alle decine e decine di attestati di simpatia e solidarietà ma come vedete io, Stefano e Roberto siamo proprio abituati a dire “acqua all’acqua” e “vino al vino”. Piuttosto: che bello il fatto che torni a seminare un po’ di panico la parola libera e lirica (una non può fare a meno dell'altra)! Se avete voglia, scorrete tutti i miei interventi che ho dedicato su questo blog alla vicenda del Teatro Jenco, raccolti non a caso sotto la rubrica "indignazioni".  A parte il fatto che nell'incontro con le associazioni e le compagnie l'Assessora Cristina Boncompagni ha in buona sostanza riconosciuto la legittimità delle critiche e delle perplessità avanzate, aprendo anzi spalancando le porte del teatro (e una bella rinfrescata d'aria pulita ci voleva), pensate che siano passibili di querela? Evidentemente è proprio la parola libera e lirica che spaventa!
 
P.S. E pensare che la mia indole sarebbe fondamentalmente contemplativa…
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categoria:indignazioni
domenica, 14 maggio 2006
La civiltà del marmo nel territorio apuo-versiliese
 
In questi giorni sono letteralmente immerso nella civiltà del marmo apuo-versiliese a cavallo tra Ottocento e Novecento. Su incarico della Soprintendenza di Lucca e Massa Carrara sono infatti impegnato in un lavoro di catalogazione del patrimonio storico-artistico del cimitero carrarese di Marcognano, ricco di emergenze monumentali, posto sulla collina di fronte ai monti squarciati dalle cave nei pressi del paese di Torano, antico borgo di cavatori e scultori (vi nacquero, tra gli altri, Domenico Guidi, valente scultore barocco attivo a Roma, il grande scultore purista Pietro Tenerani e il sempre più misterioso Ferdinando Marchetti, l’esecutore della statua funeraria della “Bimba che aspetta” nel cimitero comunale di Viareggio).
 
Venerdì 19 maggio, alle ore 16,30, presso la Sala dell’Annunziata nel Chiostro di S. Agostino a Pietrasanta, organizzata dall'Istituto "Don Innocenzo Lazzeri", dal locale Assessorato alla Cultura e dalla Banca della Versilia e della Lunigiana, terrò invece una conferenza sul tema “La lavorazione artistica del marmo in Versilia nel primo Novecento: scultori e laboratori”, elaborata sulla base di una vasta documentazione inedita e arricchita dalla proiezione di rari disegni dell’epoca.
 
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento giunge a pieno compimento quel processo di rinascita della lavorazione artistica del marmo nel territorio versiliese iniziato nel 1842 con l’inaugurazione della Scuola d’Arte “Stagio Stagi” sotto l’insegnamento dello scultore e storico Vincenzo Santini, di cui nel 2007 ricorre il duecentesimo anniversario della nascita. In questo periodo assumono rinomanza internazionale i grandi laboratori del marmo sorti nella seconda metà dell’Ottocento: a Pietrasanta quelli di Giuseppe Tomagnini, Ferdinando Palla, Martino Barsanti, Luca Arrighini, Raffaello Battelli (solo per fare i nomi più significativi); a Seravezza il laboratorio di Antonio Bacci; a Querceta quello di Angiolo De Ranieri, capostipite di un’importante dinastia di scultori. La scuola d’arte di Pietrasanta annovera tra i suoi insegnanti il genovese Antonio Bozzano, il maggiore scultore operante in Versilia tra Ottocento e Novecento e maestro di intere generazioni di artisti e maestranze del marmo (tra i suoi numerosissimi allievi Arturo Tomagnini, Antonio e Pietro Bibolotti, Alfredo Barsanti, tutti in seguito titolari di fiorenti botteghe di lavorazione artistica del marmo) e il carrarese Giovanni Artidoro Corsani, considerato uno dei maggiori ornatisti italiani del tempo, trait-d’union con la tradizione tecnico-artistica di Carrara. E’ un’epoca che coincide con l’affermazione degli stilemi liberty, contaminati con istanze eclettiche, neo-classiche, neo-gotiche o neo-rinascimentali che caratterizzano la produzione dei laboratori (arte sacra, lavori di ornato, complementi architettonici, scultura funeraria). Rinasce così una civiltà del marmo in Versilia in qualche modo paragonabile alla grande civiltà del marmo carrarese. Tutti coloro che fossero interessati all'argomento sono calorosamente invitati a partecipare.
 
 
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venerdì, 12 maggio 2006
Un’attribuzione tramite una fotografia
 
L’attribuzione ad Antonio Bozzano (il maggior scultore operante in Versilia a cavallo tra Ottocento e Novecento) del monumento funerario a Giovanni Puliti nel cimitero di Pietrasanta, che avevo già maturato sulla base di un’analisi stilistica e proposto in un convegno di studi organizzato da “Italia Nostra”, trova conferma osservando attentamente la fotografia dell’atelier di Bozzano pubblicata a pag. 36 del volume “Pietrasanta, la storia, i monumenti, gli artigiani” delle edizioni Monte Altissimo con testo di Danilo Orlandi. Ai lati del modello del cenotafio di Cesare Battisti, situato sopra la Libreria Tonacchera in Piazza Duomo (un po’ troppo sbiancato dai lavori di restauro), si trovano infatti i due modelli dei pannelli laterali del monumento a Puliti (completato dal busto del commemorato) che scandiscono un mesto corteggio di figure allegoriche femminili dolenti di neo-classica memoria ma risolte in chiave di curvilinea sinuosità liberty. Questi accenti liberty caratterizzano l’opera funeraria di Bozzano negli anni Dieci e Venti del Novecento, in cui la figura allegorica femminile spesso corrisponde ad una figura idealizzata ma dai tratti riconoscibili (presumibilmente in origine quelli di una modella reale) che ricorre anche in coevi monumenti funerari collocati nel complesso cimiteriale di Viareggio. Lo stesso accade con la figura dell’angelo: lo splendido angelo che sparge fiori sul sepolcro della fanciulla Lida Rigacci nel cimitero di Pietrasanta, scolpito da Bozzano nel 1903, ha i tratti del grande angelo gettafiori del sepolcro della giovane Argia Cellai nel cimitero comunale di Viareggio, realizzato dallo scultore quasi vent’anni dopo. Modelli che l’alta qualità formale dell’esecuzione e un morbido afflato sentimentale, tipici dell’arte di Bozzano, riscattano da una semplice applicazione di maniera. Per finire: a quando una valorizzazione del patrimonio storico-artistico del cimitero di Pietrasanta? La quantità e la qualità dei monumenti collocati ne fanno un vero e proprio museo all’aperto di scultura novecentesca: dal liberty agli esiti più recenti della scultura internazionale.
 
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sabato, 06 maggio 2006
La decorazione del soffitto del Teatro dell’Olivo di Camaiore e i pittori-decoratori Dino Spelta e Domenico Ghiselli
 
Tra i lavori di restauro del secolare Teatro dell’Olivo di Camaiore c’è il ripristino delle decorazioni del soffitto eseguite nel 1926 dal pittore-decoratore camaiorese Dino Spelta. L’Archivio storico del comune di Camaiore conserva il disegno originale presentato dall’artista: si tratta di un’opera di gusto eclettico-liberty caratterizzata da motivi fitomorfici e zoomorfici intrecciati tra loro da linee e drappi a coup de fouet con cornice scandita da motivi stilizzati a rosette. Dino Spelta nacque a Camaiore nel 1895. Formatosi alla scuola d’arte “Stagio Stagi” di Pietrasanta, collaborò fin da giovanissimo con il padre Gaetano, anch’egli valente decoratore, alternando commesse religiose (decorò, tra le altre, le chiese di Valpromaro, Montebello, Capezzano) a collaborazioni con capomastri e imprenditori edili che si avvalsero della sua opera per la decorazione di facciate e interni di numerosi villini, in particolare a Lido di Camaiore, località che l’artista aveva scelto come residenza e dove morì nel 1963. Una sua decorazione a tecnica mista, firmata e datata 1929, con motivi di putti e figure allegoriche, è ancora visibile sulla facciata dell’attuale villino Pellegrini, in via Ugo Foscolo n. 79. Secondo ricordi degli eredi, avrebbe operato anche all'interno del celebre "Villino Mezzaluna" di Marta Abba. Attratto dal continente africano, alla fine degli anni Trenta si trasferì per lavoro in Eritrea, dove soggiornò per un decennio e dove contrasse una grave malattia che lo costrinse, dopo il ritorno in patria, al progressivo affievolirsi dell’attività.
 
L’Archivio storico del comune di Camaiore conserva anche un altro progetto di decorazione del soffitto del Teatro dell’Olivo, presentato nel 1920 dal pittore-decoratore lucchese Domenico Ghiselli, raffigurante un ampio cielo in cui si librano figure allegoriche, circondato da una cornice composta da una teoria di putti danzanti che richiamano vagamente quelli della Cantoria marmorea del Duomo di Firenze di Donatello. La figura di Domenico Ghiselli, nato nel 1880, formatosi al Regio Istituto di Belle Arti di Lucca dove ebbe come compagno Lorenzo Viani, sta emergendo come quella di uno dei più interessanti pittori-decoratori operanti in Versilia nel primo Novecento. Esordì giovanissimo alla fine dell’Ottocento con i suggestivi acquerelli e disegni a china per le bomboniere lignee confezionate dal droghiere Caselli di Lucca, di precoce gusto liberty. Nel 1912 lavorò alle decorazioni del Kursaal di Viareggio, incarico che gli fu assegnato dopo un apposito concorso a cui parteciparono alcuni dei maggiori pittori toscani del tempo. Una fonte giornalistica del 1908 lo vuole attivo nella decorazione di Villa Rolandi Ricci a Lido di Camaiore (l’attuale Hotel Ariston), fatto che potrebbe riaprire la questione dell’attribuzione degli affreschi della piccola chiesa della villa, fino ad oggi riferiti a Galileo Chini. Nel 1911 partecipò alle sfilate del Carnevale di Viareggio con il carro allegorico “Il Trionfo della Vita”. Tra le sue poche opere ancora visibili c’è la lunetta del portale d’ingresso dell’Hotel Excelsior, con motivi marinari. Negli anni Dieci e Venti fece parte in maniera non continuativa del corpo insegnante della scuola d’arte “Stagio Stagi” di Pietrasanta. Morì a Viareggio nel 1934.
 
 
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martedì, 02 maggio 2006
Lettera aperta a Andrea Elodie Moretti
 
Forse sono stato un po’ troppo cattivo con il Teatro Sottratto e il regista A.E.M(oretti). E forse è venuto il momento di una chiarificazione. Caro Andrea, ci siamo appena sentiti per telefono: non era possibile guardarci negli occhi ma mi sembra che la voce fosse al massimo sincera da parte di entrambi. A proposito, come potrai renderti conto scorrendo questo blog, non mi permetterei mai di storpiare il tuo nome in “elica” (hai letto sicuramente qualche altro intervento, so per esempio che Burlanet ha ripreso qualche mio articolo aggiungendoci di suo); piuttosto personalmente non ti ho ancora perdonato di aver scrutato nelle feritoie tra il visibile e l’invisibile di Paul Klee senza chiederlo all’autore. Ma queste sono disquisizioni estetiche che potremo fare a quattr’occhi, insieme a tante altre.
 
Ciò che mi preme sottolineare è che la mia-nostra (di tante persone intendo, e mi piace ricordare per coerenza d’intenti Stefano Pasquinucci e Rebecca Palagi) battaglia ideale di riappropriazione del Teatro Jenco non era finalizzata all’esproprio delle compagnie che vi operano già, ma ad un’espansione il più possibile illimitata di energie e creatività (sempre tenendo conto, come giustamente hai osservato tu, che nel campo della formazione è tuttavia necessaria una certa professionalità) che possano trovare in quel teatro occasione di espressione e di confronto. E che non fosse una battaglia con motivazioni campate in aria (senza considerare alcune ambigue situazioni di gestione) lo dimostra il fatto che nell’ultima riunione l’Assessora Boncompagni e il Dirigente Marlia hanno dovuto, com’è giusto, aprire democraticamente le porte del teatro a tutte le realtà vive operanti sul territorio. Perché questo deve essere il compito di un teatro comunale.
 
Nei miei interventi forse ho ecceduto in lirismo polemico, ma siccome tutti i manifesti del Teatro Sottratto continuavano a far riferimento alla poetica della mancanza (“Noi siamo il teatro sottratto, fuori dal teatro e dentro le vostre mancanze”, mentre erano le varie compagnie fuori dal teatro e quella era la loro unica mancanza), non ho resistito a giocare un po’ con le parole. Nessuna questione personale, però. Se in qualche modo ho offeso una tua dimensione affettiva chiedo scusa. Ma non puoi fare il regista dell’eccesso e poi non reggere un eccesso di critica. E a testimonianza che la mia è stata soprattutto una battaglia ideale ti basti sapere che personalmente quel teatro potrei non usarlo mai o al massimo per qualche giorno. Piuttosto mi auguro che nascano decine di “compagnie stabili”, o ancora meglio instabili, con membri interscambiabili, dentro e fuori il Teatro Jenco.
 
Detto questo mi sono reso conto che tu ami la tua professione e ciò costituirà la tua salvezza. Mi spiego peggio (come direbbe il tuo maestro Carmelo Bene): non si può amare veramente il teatro (o l’arte o la poesia) e non avere uno spirito etico. Dopo la telefonata di oggi mi sento di riconoscertelo. E chissà, in passato da scontri duri sono nati imprevedibili sodalizi (per ora ci lega una telefonata di semi-chiarificazione). Però cerca di non essere sempre così pomposo (e sinceramente antipatico). Dopo il temporale fermati ad annusare l’odore di pietre bagnate nel cortile.
 
 
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lunedì, 01 maggio 2006
Le mostre d’arte estive a Forte dei Marmi durante la grande guerra (1916-1918)
 
Con l’amica e collega Alessandra Belluomini Pucci sto completando un lavoro di ricerca sulle mostre d’arte estive in Versilia nella prima metà del Novecento che si concretizzerà in una serie di pubblicazioni miranti a ricostruire in dettaglio le esposizioni più importanti e il contesto storico-artistico in cui ebbero luogo. Per il suo valore di riscoperta ripropongo un nostro articolo apparso tempo fa sulla stampa locale: quello dedicato alle mostre d’arte organizzate a Forte dei Marmi durante la prima guerra mondiale.
 
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Tra il 1916 e il 1918 furono organizzate a Forte dei Marmi tre importanti mostre d’arte estive che vanno annoverate tra gli avvenimenti più significativi nella storia dell’arte toscana del primo Novecento. Ad esse tuttavia fino ad oggi non è stata dedicata nessuna seria ricerca documentaria e di conseguenza nessun saggio storico-critico in grado di ricostruirne le vicende. E’ un periodo estremamente fecondo per la storia culturale di Forte dei Marmi, appena nato come comune autonomo, coincidente con il mandato a sindaco di Achille Franceschi (1916-1920) e comprendente altre significative esperienze come la creazione del teatro all’aperto del Bosco Apuano da parte di Enrico Pea. Le mostre, tenute nei locali della scuola comunale, trovarono vasta eco nella stampa periodica dell’epoca e costituirono un prototipo per analoghe iniziative che proliferarono a Viareggio e in Versilia nel ventennio successivo.
 
“Sarà una nota gioconda che si fonderà col ritmo e con la luce di una striscia di cielo e di mare soavissimi…”: così un cronista del tempo annuncia l’organizzazione della prima mostra nell’estate del 1916. Il comitato organizzatore è composto, tra gli altri, dal sindaco Achille Franceschi, apprezzato scultore e titolare di una fiorente bottega di lavorazione artistica del marmo, allievo di Antonio Bozzano alla scuola d’arte “Stagio Stagi” di Pietrasanta, futuro fondatore del celebre locale “La Capannina”, e dallo scultore Giuseppe Rossi, al quale si devono gli allestimenti di tutte e tre le esposizioni. Nei discorsi di inaugurazione, tenuti dal Sindaco Franceschi e dall’Onorevole Giovanni Rosadi, personaggio di spicco della politica e della cultura del tempo, si fa esplicito riferimento alla Versilia come luogo di elezione della civiltà del marmo – “da Michelangelo ai novissimi tormentatori dei candidi marmi statuari” – e al ruolo svolto dalle esposizioni artistiche nell’allietare all’insegna del bello il soggiorno della colonia balneare. Lo stesso spirito caratterizzò le rassegne del 1917 e del 1918. Cultura, mondanità e patriottismo si fondono nei commenti dei cronisti dell’epoca. Una parte del ricavato fu infatti destinata a beneficio della Croce Rossa, il cui presidente, Angiolo Magrini, fu uno dei promotori delle iniziative.
 
Alle mostre parteciparono tutti i maggiori pittori e scultori toscani del tempo con in media un centinaio di espositori per anno. Un posto privilegiato fu ovviamente assegnato agli artisti attivi in Versilia: Plinio Nomellini, Galileo Chini, Lorenzo Viani, Moses Levy, Francesco Fanelli, Lodovico Tommasi, Raffaello Gambogi, Filadelfo Simi, Giuseppe Viner, Giovanni e Tullio Campriani, Ettore Di Giorgio. Dal resto della Toscana mandarono opere Raffaello Romanelli, Augusto Rivalta, Domenico Trentacoste, Giuseppe Cassioli, Augusto Passaglia, Ruggero Panerai, Luigi Gioli, Ruggero Focardi, Augusto Bastianini, Alimondo Ciampi, Valmore Gemignani, Llewelyn Lloyd, Decio Passani, Ferruccio Pizzanelli  e molti altri.
 
Scrive il già citato articolista: “I nomi degli espositori non hanno bisogno di essere lodati; la loro fama è nota e vasta. Sono i migliori della nostra Firenze; c’è una schiera eletta della Toscana. Alcuni furono e sono simboli di sane battaglie d’arte, altri sono assertori di robustezza e onestà artistica, teoria lunga di nomi che segnò la linea di una schietta rinascenza e coltivò la poesia della nostra semplicità toscana”. Una “toscanità” che negli ultimi anni diverse mostre hanno cercato di ricostruire e che le esposizioni di Forte dei Marmi contenevano esemplarmente in fieri.
 
Non mancarono illustri presenze anche al di fuori dell’ambito toscano come il pittore-decoratore Adolfo De Carolis, allora considerato tra i maggiori artisti a livello nazionale. Semmai furono sostanzialmente assenti o episodiche le espressioni d’arte più marcatamente d’avanguardia (cubismo, futurismo e metafisica) che in Versilia si affermeranno soltanto con la mostra di pittura italiana d’avanguardia al Kursaal di Viareggio nella seconda metà di agosto del 1918 che vide la partecipazione di artisti del calibro di Carlo Carrà, Giorgio De Chirico, Fortunato Depero, Primo Conti, Enrico Prampolini.
 
postato da: riccardomazzoni alle ore 19:05 | Permalink | commenti (2)
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