
La presenza fantasmatica di Yvonne George nell’opera surrealista di Robert Desnos
Per comprendere pienamente la dimensione esistenziale, non priva di risvolti tragici, di patetici naufragi sentimentali, nella quale Robert Desnos (Parigi, 1900 - Terezin, 1945) maturò la propria personalissima esperienza surrealista, è necessario addentrarsi nell’immaginario affettivo del poeta. L’amore intenso ma non corrisposto per la cantante belga Yvonne George (vero nome Yvonne de Knops, nata a Bruxelles nel 1896) segnò la vita e l’opera di Desnos fino al 1930, anno in cui la giovane donna morì a causa della tubercolosi e dell’abuso di alcool e sostanze stupefacenti. In merito a questa vicenda, il primo biografo del poeta, l’amico fraterno Théodore Fraenkel, ha lasciato una commovente testimonianza: “L’amore di Desnos per Yvonne George è di quelli che entreranno nella leggenda. A causa, senza dubbio, di tutti i poemi che ne sono scaturiti, ma anche a causa di ciò che questo amore rappresentò nella realtà. L’amore di Desnos per lei fu violento, doloroso, instancabilmente attento. Ma non fu mai condiviso. Per molti anni Robert visse soltanto per lei, rendendole a volte favori pericolosi. Fu così fino alla morte di Yvonne George”.
Nella primavera del 1925 la cantante si esibì al celebre teatro dell’Olympia a Parigi con un repertorio di canzoni che esaltavano l’amore patetico e la rivolta e Desnos non mancò di dedicarle un articolo appassionato: “Minuta sulla scena immensa, ella acquista una straordinaria rilevanza fisica nello stesso momento in cui le sue canzoni acquistano rilevanza morale. Gesti rari o crudeli, o mimica eloquente di commediante, mimica spinta al più alto grado patetico, non c’è niente in lei che non ci commuova profondamente. E’ sufficiente che ella canti perché subentri in noi la coscienza della nostra viltà amorosa, dell’assenza intollerabile del patetico nella nostra vita”.
A lei è dedicata la raccolta di poesie A la Mystérieuse, dietro la quale si cela la figura di Yvonne George, pubblicata nel giugno 1926 su La Révolution surréaliste, nella quale si assiste alla progressiva fantasmatizzazione della persona amata, attraverso il rito romantico-surrealista di transustanziazione della realtà in sogno che rende pressoché impossibile il ritorno alla realtà: “Ho tanto sognato di te che perdi la tua realtà. / E’ ancora tempo di raggiungere quel corpo vivente e di baciare su quella bocca la nascita della voce che mi è cara? / Ho tanto sognato di te che le mie braccia, abituate stringendo la tua ombra a incrociarsi sul petto, probabilmente non si allaccerebbero al contorno del tuo corpo. / E che, di fronte alla sembianza reale di ciò che mi ossessiona e mi governa da giorni e anni, certo diverrei un’ombra. / O bilance sentimentali. / Ho tanto sognato di te che certo non è più tempo di svegliarmi. Dormo in piedi, il corpo esposto a tutte le sembianze della vita e dell’amore e a te, la sola che conti oggi per me, potrei toccare la fronte e le labbra meno facilmente che le labbra e la fronte della prima venuta. / Ho tanto sognato di te, tanto camminato, parlato, dormito con il tuo fantasma che probabilmente, e malgrado ciò, non mi resta che essere fantasma tra i fantasmi e cento volte più ombra dell’ombra che allegramente passeggia e passeggerà sul quadrante solare della tua vita”.
Interamente devoto a un attaccamento totale a un essere che gli sfuggiva, Desnos finì per sviluppare un universo mitico personale, in cui gli esseri e le cose acquistavano la sostanza dei suoi desideri. Le ristrettezze della vita quotidiana, l’assenza dell’essere amato, la sua stessa crudeltà alimentarono paradossalmente la vita immaginaria popolandola di straordinarie presenze. Il quotidiano si trovava così assorbito, metamorfizzato dall’immaginario: la sofferenza, esaltata nell’universo mitico, diventava perfino desiderabile e prestigiosa.
Questa presenza fantasmatica dell’essere amato trovò il suo culmine nel perturbante Journal d’une apparition, in cui Desnos annota minuziosamente le visite notturne di una misteriosa entità che assume le sembianze di Yvonne George (il cui nome è occultato da una sigla): una sorta di corpo astrale che viene regolarmente a trovarlo dal 10 novembre 1926 alla fine di febbraio del 1927. Il testo, pubblicato nell’ottobre del 1927 su La Révolution surréaliste, si configura come il resoconto di un’esperienza vissuta e non come finzione letteraria. Nell’introduzione che accompagna il Journal, Desnos si rifiuta di classificare tra le allucinazioni le visite notturne dell’entità. E precisa: “Ella è realmente venuta da me. L’ho vista, l’ho udita, ho riconosciuto il suo profumo, e talvolta mi ha anche toccato. E poiché la vista, l’udito, l’olfatto e il tatto si trovano d’accordo nel riconoscere la sua presenza, perché dovrei dubitare della sua realtà senza sospettare di apparenza fallace le altre realtà comunemente riconosciute e che in definitiva sono controllate dagli stessi sensi? Come potrei riconoscere a questi ultimi il potere di illuminarmi in alcuni casi e di abusare della mia credulità in altri?”.
Il Journal rappresenta una sorta di cerniera tra le raccolte A la Mystérieuse (1926) e Les Ténèbres (1927), anch’essa influenzata dall’amore di Desnos per Yvonne George, in cui il tono da lettera d’amore che caratterizza la prima raccolta scivola più apertamente nel racconto onirico e nelle immagini di fiaba della seconda: “Il fiore delle Alpi diceva alla conchiglia: tu luccichi. / La conchiglia diceva al mare: tu risuoni. / Il mare diceva alla barca: tu tremi. / La barca diceva al fuoco: tu brilli. / Il fuoco mi diceva: io brillo meno dei suoi occhi. / La barca mi diceva: io tremo meno del tuo cuore quando lei appare. / Il mare mi diceva: io risuono meno del suo nome nel tuo amore. / La conchiglia mi diceva: io luccico meno del fosforo del desiderio nel tuo sonno profondo. / Il fiore delle Alpi mi diceva: lei è bella. / Io dicevo: lei è bella, è bella, è commovente”.
La carriera della giovane cantante fu folgorante ma assai breve. In patria aveva esordito calcando le scene teatrali come pupilla del grande drammaturgo Maurice Maeterlinck. Durante la grande guerra fu segnata dal clima brutale dell’occupazione del Belgio da parte delle truppe tedesche. Costretta per sopravvivere ad esibirsi nei locali notturni, subì uno stupro ad opera della soldataglia: per reazione indirizzò le sue scelte sessuali verso un lesbismo non sempre intriso di reali motivazioni affettive che la votò a una tetra inquietudine solo in parte stemperata dalla possente vocazione artistica.
Trasferitasi in Francia nel 1920, scritturata dall’impresario Paul Franck, si legò d’amicizia con Jean Cocteau che la fece esibire come cantante negli ambienti intellettuali parigini, come il “Boeuf sur le toit” o il cabaret “Chez Fysher”, dove era accompagnata al piano rispettivamente da Jean Wiener e da un allora giovanissimo Georges Van Parys. Nei grandi music-hall fu spesso contestata dal pubblico, sconcertato dal suo stile (un miscuglio contraddittorio e modernissimo di immedesimazione empatica e meticolosità quasi maniacale di esecuzione), che la tacciava di intellettuale e le rimproverava la sua emancipazione. Tuttavia si forgiò un cerchio di ammiratori - tra cui, oltre Cocteau e Desnos (acerrimi nemici nella vita quotidiana), lo scrittore Henri Jeanson, che la difese strenuamente nei suoi articoli giornalistici, e l’impresario Jacques Charles, uno dei padri della rivista francese e suo sincero estimatore - che riconobbero in lei la creatrice della “canzone letteraria”. Vestita di nero, il viso pallido ed espressivo all'estremo, Yvonne George interpretava sulla scena le sue canzoni come altrettanti pezzi teatrali, ricorrendo spesso alla mimica o ai modi delle grandi attrici tragiche. Non era tanto la musica che la ispirava, che la trasportava, quanto le potenzialità interpretative offerte dal testo. Diceva: “La canzone? E’ un’occasione per essere un’altra”. Per lei composero brani i maggiori autori dell’epoca: Jean Lenoir, Maurice Yvain, Charles Borel-Clerc. Ma i suoi pezzi preferiti erano le canzoni del folklore marinaio, come Valparaiso, armonizzata da Georges Auric, che portò al successo all’Olympia. Fu spesso fotografata da Man Ray e Kees Van Dongen disegnò per lei una splendida affiche ritraendone il bel volto di diseuse sensuale e implorante.
Trascinata in una vita mondana trepidante, spese le sue forze senza risparmiarsi, ma soprattutto divenne tributaria della droga. Tutto ciò rappresentava senza dubbio un tentativo di fuggire a una vita d’intima solitudine e preda di molteplici contraddizioni. La salute di Yvonne George ne risultò presto compromessa. Minata dalla tubercolosi, intossicata dalla morfina e dall’oppio, cercò tardivamente di curarsi, rinunciando all’alcool e al tabacco e soggiornando presso un sanatorio in Svizzera. Ma fu tutto inutile. Fuggita dal sanatorio, in cerca di conforto negli adorati orizzonti marini, raggiunse il porto di Genova da cui il 22 aprile 1930 Desnos ricevette un telegramma: “Yvonne è morta durante la notte”. Il suo corpo fu riportato a Parigi e cremato. Nel suo diario Desnos annotò con precisione crudele alla data del 26 aprile: “Hanno bruciato Yvonne questo pomeriggio dalle 4 e tre quarti alle 6 e un quarto”. Così si spegneva per sempre la stella che aveva illuminato l’universo poetico di Desnos per oltre cinque anni, ispirandogli alcune delle poesie d’amore più belle della letteratura francese del Novecento. Di lei ci restano una ventina di incisioni originali, registrate tra il 1925 e il 1928, rivelatrici della sua ammaliante arte interpretativa.
Grazie alla magia della sua voce, la cantante rivelò al poeta il segno sotto il quale l’amore si manifesta nelle anime sensibili: quello della sofferenza e dell’inquietudine. E grazie al magico procedimento dell’analogia, il poeta trasformò la “stella del palcoscenico” nell’immagine meravigliosa della “stella di mare”, incarnazione nello stesso tempo del desiderio d’amore e dell’amore perduto. Investita di un così grande valore affettivo, la stella di mare diventa allora per il poeta il simbolo concreto del meraviglioso moderno, una specie di feticcio o di amuleto, un lasciapassare per straordinarie avventure nel mondo dell’immaginario.
Il film L’étoile de mer (1928), capolavoro del cinema surrealista, che Man Ray trasse da un poema di Desnos, è la visualizzazione di una di queste avventure, ottenuta attraverso un impiego sapiente dell’effetto flou che tende a creare un universo onirico. Nello stesso anno 1928 Desnos pubblica a puntate sul giornale Le Soir il testo teatrale La Place de l’Etoile, dove ritorna il motivo della stella di mare come simbolo del meraviglioso e dell’amore patetico e impossibile, trasposizione drammatica delle vicende biografiche del poeta. Il testo è preceduto da una dedica ad André Breton, il teorico del movimento surrealista, che costituisce una sorta di summa del pensiero poetico di Desnos negli anni caratterizzati dall’amore per Yvonne George: “Ai confini del sogno, in quella sfera che appartiene sia al sonno che alla veglia, esiste quello stadio che Nerval chiamava supernaturalista e che tu, André Breton, hai minuziosamente descritto nel Manifesto del Surrealismo. Laggiù, la realtà è sorella del sogno. Là, le creature dell’immaginazione, i fantasmi, le illusioni, entrano in comunione con le creature reali e, tra queste, si comprenderà facilmente come le persone amate svolgano un ruolo, di volta in volta idealizzate e materializzate. Perché, nel suo più alto grado di cristallizzazione, l’amore partecipa precisamente di questo surrealismo che è alla portata di tutti i cuori appassionati, di tutte le anime esaltate, e solo alla loro portata”.
(Sintesi della conferenza da me tenuta il 28 dicembre 2000 presso il Palazzo delle Muse di Viareggio nell’ambito delle celebrazioni del centenario della nascita di Robert Desnos e punto di partenza per lo spettacolo Il Segreto della Stella)