domenica, 31 dicembre 2006
Un Haiku per l’anno che va
Un Haiku per l’anno che viene
 
Yuku toshi ya
Oya ni shiraga wo
Kabushiki keri
 
L’anno volge alla fine –
Non ho mostrato ai miei vecchi
l’argento dei capelli
 
Ochi Etsujin (1656-1739)
L’autore vuole nascondere il grigio dei capelli perché i genitori non vi leggano, di riflesso, il proprio invecchiare
 
Hatsu yume ya
Himete katarazu
Hitori emu
 
Del primo sogno dell’anno nuovo
nessuno è partecipe,
ma ne ho solo sorriso in segreto,
tre me e me
 
Sho-U (1860-1943)
Per lunga tradizione giapponese, si crede che il primo sogno di un nuovo anno, se favorevole, si realizzerà qualora non venga raccontato a nessuno
 
postato da: riccardomazzoni alle ore 17:51 | Permalink | commenti (1)
categoria:elegie
venerdì, 29 dicembre 2006
Versi alla mirabile-bambina
 
Tussèi la mirabile-bambina
– spicchio di scrigno, orcio di moccio e di brina –
mangi la pappa in capo ai filistèi
 
postato da: riccardomazzoni alle ore 19:36 | Permalink | commenti (1)
categoria:elegie
giovedì, 21 dicembre 2006
Sette poesie per un libretto da fiera
 
Le “Poesie per un libretto da fiera” sono state composte tra il 1982 e il 1984. Verso la metà degli anni Ottanta, grazie ad alcune persone che se ne innamorarono, sono circolate dattiloscritte in vari paesi europei, prima di essere pubblicate in riviste o raccolte in plaquette (i “libretti da fiera” appunto). Spesso furono tradotte, recitate nei cabaret e alcune addirittura musicate. Io stesso le ho utilizzate per montare brevi spettacoli o piccoli recital dove il lirismo si mischiava alla clownerie (e allora le alternavo con le “Cantilene per meste o allegre melodie”). Dal punto di vista ritmico e fonico, rappresentano una sorta di omaggio della poesia alla filastrocca, senza  però  che l’una si risolva compiutamente nell’altra; sono in sostanza delle filastrocche volutamente mancate, con inceppamenti ancora poetici, di una musicalità da carillon intervallata da sonori squilli di tromba. Dal punto di vista della creazione di immagini si muovono nell’immenso spazio siderale delle sinestesie, delle metafore, delle analogie, degli accostamenti più o meno azzardati. A mia conoscenza ne esistono versioni in francese, inglese, spagnolo, tedesco ed olandese. Ricordo una lunga passeggiata notturna per le viuzze di Trastevere, a Roma, nell’autunno del 1987, con una giovane poetessa olandese di madre italiana che con aria estasiata mi traduceva simultaneamente nella sua lingua i versi che andavo declamando. Non sono un poeta prolifico. Avrò scritto si e no una cinquantina di poesie nell’arco di venticinque anni, il che vuol dire una media di un paio di poesie all’anno. Se si tiene conto che sono prevalentemente composizioni brevi o brevissime tutta la mia produzione poetica si risolve in poche centinaia di versi. Tuttavia mi sento prima di tutto un poeta (poi uno scrittore, un ricercatore, un regista e tutte le altre cose che faccio quotidianamente), perché ho una visione lirica della realtà: “sento liricamente, dunque sono”…
 
L’inseminazione
 
La dolce fessurina.
I peli a cordicella.
La fontanella di umore bianco
con una spina dentro.
Non va più via.
 
Maternità
 
Hai un ciottolo
in un palloncino:
un bambino in pancia.
Due gocce d’arancia
e una nube
sul raso del pube.
 
Ninna nanna dell’apprendista stregone
 

Vecchia torre, scarabocchio tremendo

nell’acqua marroncina dei natanti:

morendo, perdono colore.

 

Vecchia torre e tu nocellina

tutta luna che fuggiva

e dormiva nella sua blusa di stelle.

 
Giorno e notte
 
Cos’è successo a quei ciottoli
addormentati, ai ceri azzurri
accesi nel crepuscolo, ai cipressi
colorati dalla grande fiamma?
 
Dietro ai ridenti vetri,
ora son lampi brevi:
piccoli, celesti folletti
che si r n o r n
           i c r o o!
 
Dal buio
 
Chiudi gli occhi
e sei bambina.
Mignolino!
Semino!
Scintilla verde!
Meglio: lumicino
che tiene in sé
le stelle
quando la notte
si perde.
 
Nel porticciolo
 
Nel porticciolo tutto stelle marine
ci sei tu:
cogliocchiappiccicatidallasalsedine
che non ci vedi più!
 
Il disertore
 
Chi esce di notte da un segreto
di sbarre e atterra nel buio
del marciapiede come una piuma?
 
postato da: riccardomazzoni alle ore 10:41 | Permalink | commenti (9)
categoria:fremiti, elegie
martedì, 05 dicembre 2006

Una sbirciata nel giardino di Villa Sania
 
Ecco, in una foto d’epoca, la casa dove nella mia narrazione teatrale-poetica  abita  Sania Lipple che (a differenza di Yvonne George  e – forse, perché bisogna ancora approfondire il ruolo giocato da Italo Battelli nella definizione del personaggio – Mimosa Simonelli) non ha nessuna seppur lontana identità storica ma è una creatura della mia immaginazione, discendendo direttamente da certe personificazioni femminili che popolavano  la mia fantasia nel  periodo del passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza e che talvolta investivano idealmente qualche malcapitata ragazza del tempo (una delle quali so per certo non essersi più ripresa completamente dalla responsabilità del raffronto archetipico).
 
Una villa non molto conosciuta dai viareggini. Un luogo di suggestioni e presenze medianiche. E, appunto, uno dei luoghi magici della mia infanzia (abitavo non lontano). Per questo mi ha fatto molto piacere il piccolo pellegrinaggio che alcuni amici e conoscenti hanno compiuto in questi giorni – a sbirciare dai cancelli lignei dentro il giardino di Villa Sania – dopo che ho annunciato a voce e sul blog la futura rappresentazione di Vaghi lumi. Chi mi vuole incontrare prossimamente sa che ha molte probabilità di farlo nel quadrato tra via Maroncelli – via Bertini – via Fratti – via Lepanto.
 
postato da: riccardomazzoni alle ore 17:14 | Permalink | commenti (12)
categoria:elegie
domenica, 03 dicembre 2006
Sania, o della domesticità immaginativa
 
Per motivi familiari sto trascorrendo – e per qualche tempo ancora trascorrerò – gran parte delle mie giornate tra le mura domestiche. Niente di male, anzi. Sto molto in compagnia dei miei bimbi e ho tempo e stimoli per riaffinare le mie facoltà creative. Ne ho subito approfittato per chiudere un lungo contenzioso immaginativo con uno dei miei fantasmi femminili: Sania (dall’amata Villa Sania in cui ho posto idealmente la sua abitazione), protagonista (con Luca Bellintani, una sorta di mio alter-ego maschile attraverso il quale,  nella mia mente, intrattengo rapporti con il fantasma di lei) di una storia che scrissi qualche anno fa e che poi ha per lungo tempo oscillato tra sceneggiatura cinematografica e romanzo. Adesso – senza escludere lo sviluppo filmico – è diventata uno spettacolo di narrazione che porterò in scena personalmente (non da attore, ma da – spero! – poeta aedo che racconta il proprio mondo interiore) tra un paio di mesi nel Teatrino dei Favolanti di Elisabetta Salvatori con la speranza di replicarlo durante l’estate proprio nel giardino di Villa Sania.
 
Lo spettacolo s’intitola Vaghi lumi e prende le mosse dalla ricerca approfondita che ho condotto sulla comunità inglese abitante a Viareggio nei primi anni del Novecento. Il titolo è ispirato a un verso di Francesco Petrarca in ricordo di Laura ormai morta – e ’l vago lume oltre misura ardea di quei begli occhi c’hor ne son sì scarsi – e si riferisce sia allo sguardo della protagonista femminile, sia in senso archetipico allo sguardo cinematografico: vago, nel senso antico di leggiadro, ma anche nel senso moderno di impalpabile, sfuggente. Lo spettacolo infatti è anche una sorta di personale “cinemino” dove la scansione narrativa evoca spesso delle vere e proprie sequenze visive ereditate dal trattamento cinematografico.
 
La storia è incentrata sull’amore giovanile (mai esplicitamente dichiarato e quindi vissuto in una sorta di limbo sentimentale) di Luca Bellintani per l’inglese Sania (abitante appunto a Villa Sania) Lipple, a Viareggio nei primi anni del Novecento, raccontato attraverso una serie di lunghi flash-back, rivissuti in età senile da Luca durante un viaggio di ritorno nella città natale da Parigi, dove il protagonista si è rifugiato nel 1925 (e dove farà amicizia nientemeno che con Georges Méliès, ridotto a gestire un chiosco di dolciumi e giocattoli alla stazione di Montparnasse e che diverrà per lui un singolare “padre spirituale”) per sfuggire al fascismo e da cui non ha fatto più ritorno in patria. I flash-back sono strutturati in maniera tale da rendere il senso di una profonda riflessione interiore (quindi il tempo che vi è scandito non è lineare ma si accavalla continuamente), fino a una lunga sequenza finale che sembra riunire fantasmaticamente presente e passato.
 
Il ruolo di Sania, morta nel 1918 ventiseienne in seguito all’epidemia di influenza spagnola, è quello di una figura “ferica”, padrona inconsapevole del destino di Luca ma a sua volta eterea creatura preda della fatalità e come legata da un filo sottile al mondo dell’aldilà. E’ una storia crepuscolare fatta di evanescenze, desuetudini, medianità – ci saranno folletti e fate e a un certo punto il Linchetto incontrerà i suoi cugini Pixies, giunti insieme a Sania dalla Cornovaglia – dove l’oralità oscilla tra discorsività amichevole ed effusività ispirata, al modo degli antichi fabulatori. Sullo sfondo la Viareggio Belle Epoque, cosmopolita e popolare nello stesso istante.
 
Ma avremo modo di riparlarne.
 
postato da: riccardomazzoni alle ore 12:08 | Permalink | commenti (6)
categoria:fremiti

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