Le passeggiate di Mimosa Simonelli
Per ringraziare l’amico Antonio Carollo della bella e sentita recensione al nostro spettacolo pubblicata stamattina su “La Nazione” (è possibile leggere una versione più completa anche sul suo blog: http://trabia.splinder.com), gli ho inviato queste due poesie inedite – in quanto non selezionate per la rappresentazione – di Mimosa Simonelli pubblicate entrambe sul “Libeccio” dell’11 maggio 1912. Descrivono le sensuali e incantate passeggiate di Mimosa in cui vengono rievocati minuziosamente i luoghi viareggini (forse tramite un Italo Battelli nostalgico dalla lontana Argentina?). Nella seconda, in compagnia della madre, Mimosa si reca in amorevole pellegrinaggio alla “casetta di un giovine Poeta”, vale a dire dell’“Assente” (forse perché in Argentina?), che in teoria dovrebbe essere l’amato Rosolino, ma chissà! Da notare la tendenza quasi incontenibile di Mimosa a scoprire il petto, come ansia febbrile erotica e poetica insieme! Ovviamente fate conto che a recitare le poesie sia Rebecca Palagi (mentre ieri sera ho musicato altri due brani poetici di Mimosa per la magica voce di Samanta Barontini: adesso passo "i sussurri" ad Adriano Barghetti per gli arrangiamenti)... Arrivederci a tutti alla prossima puntata.
I
Sono andata a la Fossa dell’Abate
col sole fulvo sopra il capo d’oro.
Per l’aria calda tripudiava il coro
de le cicale, Estate!
Giunta al ponte mi sono un po’ fermata
co’ gli occhi azzurri sopra l’acqua tersa
e sopra l’acqua ho ritrovato, spersa
una speranza alata.
Ebbra di sogno poi, sopra il velluto
verde d’erba, mollemente stesa,
socchiusi gli occhi, la tua bocca, tesa
ai baci, ho riveduto.
E per le vene un brivido di gelo
lento m’è corso, mentre il sole dava
folli abbracci a le cose e mi violava
brutalmente dal cielo!
II
Sono uscita con la Mamma. Siamo andate
ne la Darsena Vecchia a salutare
la casetta di un giovine Poeta.
Erano le finestre spalancate
al sole vivo, al palpitare del mare,
all’inno della Viride Pineta.
Ogni cosa parlava dell’Assente:
gli aspri tumulti, l’acqua del canale,
le voci de’ robusti calafati.
Ogni cosa dice del suo rovente
sogno di gloria che tuttora sale,
ebbro d’azzurro, di cieli sterminati.
Ci siam quindi alla campagna volte.
Lungo l’ampio viale de’ Borboni,
nel vespro d’oro, quant’ho mai sognato!
Ho risentito tutte le sepolte
gioie nel sangue, tutti gli abbandoni
del mio amore dal dubbio tormentato.
Mi son messa a sedere – ero avvilita! –
su l’erba verde ed ho scoperto il petto
ai venti lievi, da l’odor di duna.
Dopo ho colto un’agreste margherita:
l’ho sfogliata: l’oroscopo mi ha detto
che nell’amor troverò sfortuna!...