sabato, 30 giugno 2007
Città umana e lirica
 
I
Una bella manifestazione quella di stamani. Partecipata, creativa. Umana, finalmente umana, finalmente lontana dalla più gretta burocrazia, dalla più bieca “modernità”. Mi sono sembrati più umani anche il Sindaco Marcucci e l’Assessora Boncompagni che hanno dovuto (come avrebbero potuto fare altrimenti?) riceverci e concedere l’atto più semplice e democratico che possa esistere nell’amministrazione di una comunità: un consiglio comunale aperto su un tema particolarmente sentito dai cittadini. Questa volta avrà per argomento il carnevale, ma in futuro potrà riguardare tutto: dalla vivibilità alla poesia.
 
II
E a proposito di poesia. Chi ama i misteri, le tradizioni di Viareggio, la poesia e la scultura, i viaggi nella memoria e nell’immaginario, e in piccolo le nostre “Storie d’archivio”, si tenga libero la sera del 10 agosto – notte di San Lorenzo, notte di leggende – perché comincia il lento ma inesorabile processo di “liricizzazione della città”. Ebbene sì, se dovrò (ed io vorrei) continuare ad abitarci, la mia città la voglio come minimo “lirica”. E delafia!
 
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categoria:indignazioni, fremiti
mercoledì, 27 giugno 2007
Monologo per il giorno di martedì grasso
(utile per ritemprare lo spirito in vista della manifestazione di sabato)
 
E’ nota la stretta connessione nelle tradizioni popolari europee tra carnevale e teatro comico, di cui la “canzonetta” viareggina rappresenta una delle infinite varianti. Dal “Libro di Carnevale nei secoli XV e XVI” pubblicato da Luigi Manzoni nel 1881 e acquistato in una bancarella di libri usati a Roma all’epoca delle mie frequentazioni “felliniane” verso la metà degli anni Ottanta del secolo scorso (come promesso all’amico Umberto Guidi un giorno scriverò qualcosa sui miei singolari incontri con Federico Fellini e Padre Angelo Arpa), traggo questo monologo scritto per uno spettacolo di martedì grasso in cui il Carnevale, parodiando il frasario curialesco,
 
“... ultimamente comanda, e vuole, che ogn’uno abbia a mutar vita, modi, maniera, abito, costume, ordine, sembiante, pensiero, voglia, cera, volto, muso, faccia, aspetto, panni, vestimenti, calciamenti, ornamenti, portamenti, sentimenti, cantamenti, sonamenti, ballamenti, saltamenti, gridamenti, volamenti, danzamenti, mangiamenti, bevimenti, leccamenti, ongimenti, sfondamenti, passamenti, tornamenti, guardamenti, cignamenti, sputamenti, spurgamenti, parlamenti, bucinamenti, chiacchieramenti, volgimenti, giramenti, e mille altri atti insolenti, che commettono le genti, che per tali convenienti gli potrìa esser dato su’ denti, onde al fin saran scontenti, questi sono gli avvertimenti, che ànno aver tutti i viventi...”
 
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categoria:fremiti, aquidernature, follettitudini
lunedì, 25 giugno 2007
Via da Viareggio
 
Finché ci starò, ci starò in corpo e spirito, combatterò perché non sprofondi nel più totale degrado. Nella più totale infamia. Ecco perché farò la mia parte alla manifestazione di sabato prossimo. Non posso però negare a me stesso che col presente della città in cui sono nato ormai ho ben poco a che spartire. Col passato si, col passato interagirò ancora per molto; con un certo passato probabilmente per sempre. Nel mio futuro non vedo Viareggio, non vedo Viareggio come città. Solo alcuni luoghi, alcune persone. Luoghi e persone sacralizzati e salvati da una vita quotidiana da vomito. Ed io lì, non più in corpo ma solo in spirito. Siccome siamo tutti mediocri, devi essere mediocre anche te. Siccome siamo tutti materialisti, devi essere materialista anche te. Siccome siamo tutti stronzi, devi essere stronzo anche te. Siccome siamo tutti moderni, devi essere moderno anche te. Mediocrità, materialismo, stronzaggine, modernità che ammazza i sogni. Viareggio specchio dell’Italia, del mondo occidentale più bieco. Ancora un anno di combattimento, di transustanziazione di idealità, se sarà possibile, poi via da Viareggio. O Viareggio (questa Viareggio) via da me.
 
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categoria:indignazioni
giovedì, 21 giugno 2007

Il Sindaco ha ignorato l'appello di 1115 cittadini a indire un consiglio comunale aperto per discutere sul futuro del Carnevale. Il consiglio si farà, ma sarà la solita chiacchierata in famiglia di burocrati per fortuna sempre più ex potenti che tra le altre nefandezze hanno portato a compimento ciò che Mino Maccari o chi per lui scriveva sulla rivista "Il Selvaggio" già nell'agosto del 1933: fare di Viareggio "un sobborgo mal riuscito di Stoccarda" (sarebbe interessante  approfondire i paralleli tra questa amministrazione e quelle fasciste degli anni Trenta sotto il profilo delle scelte urbanistiche - faccio un appello a non rivalutare troppo, come sta acriticamente accadendo, o forse è l'ennesimo sforzo empatico verso le strategie dell'ufficio urbanistica  degli intellettuali signor-sì?,  il "razionalismo" di quel tempo che è il padre di tutte le brutture architettoniche che sono seguite! - e della gestione personalistica del potere). Abbiamo pazientemente, francescanamente e democraticamente aspettato. Adesso è giunto il momento di passare all'azione: protesta, creatività, cultura, memoria e divertimento tutto in una volta sola. Come dire: quello che dovrebbe essere il Carnevale. Con questa chicca storica dedicata a tutti i viareggini...
 
Un magico volantino
del LIBERO COMITATO CITTADINO
L’ARRIVO DEL CARNEVALE SUI VIALI A MARE
Lo storico corso del 1905 in un inedito articolo
apparso sul settimanale “Il Libeccio”
 
Il corso mascherato del 1905 è storicamente importante per una serie di motivi. Intanto è il primo che giunge a sfilare in quello che sarà il suo palcoscenico prestigioso e naturale: i viali a mare. Poi si avvale di un'organizzazione e di un sostegno economico senza precedenti (“i premi sono quali mai si ebbero” scrive in uno stile arcaico ma efficace un cronista dell’epoca sul settimanale “Il Libeccio”), al punto che negli anni Venti questo corso sarà spesso citato, insieme a quello del 1911, come antesignano dei grandi corsi carnevaleschi inaugurati nel 1921. Infine costituisce una testimonianza significativa del ruolo predominante giocato dalla cosìddetta “colonia forestiera” (in realtà una nutrita comunità cosmopolita ormai di stanza permanente in città) nella gestione degli eventi mondani, turistici e culturali a Viareggio durante la Belle Epoque. “Quest’anno il corso è fatto a cura e per conto dei signori del club dei forestieri”, scrive l’articolista citato, rammaricandosi che “le strade, da dove sempre usava passare il corso mascherato, siano state messe nel dimenticatoio”. In realtà il corso passava ancora da via Regia ma trovava il suo clou sui viali a mare e nel viale Ugo Foscolo con le villette e le palazzine quasi tutte di proprietà dei ricchi “forestieri”. Una polemica presto stemperata dallo straordinario successo del corso mascherato che si tenne domenica 5 marzo 1905. Presidente del comitato organizzatore era Alfredo Rahe; vi faceva parte il celebre Conte Hohenau, instancabile animatore della società viareggina del primo Novecento, nonché parente stretto dell’Imperatore di Germania e uno degli uomini più ricchi del mondo. Sul corso abbiamo ritrovato un documento assolutamente inedito, poetico e suggestivo, soprattutto per noi che lo leggiamo con occhi storici, che ci permette di godere praticamente “in diretta” l’arrivo della sfilata sui viali a mare: la lunga cronaca dell’evento apparsa a firma di “Aster” sul “Libeccio” del 12 marzo 1905 di cui vi proponiamo un’ampia sintesi.
 
I preparativi – Già molto prima dell’ora prefissa densa folla di popolo si accalcava in via Regia ed andava man mano facendosi più fitta verso la piazza dell’Olmo, punto di riunione e di partenza di coloro che al corso avrebbero preso parte. I carri e le carrozze che successivamente venivano a concentrarsi in piazza dell’Olmo traevano pur dietro larga folla di popolo tanto da rendere estremamente difficile la circolazione. All’avvicinarsi delle 14 e ½ quasi tutti i carri, le vetture, le biciclette e le mascherate a piedi si trovavano al punto di riunione ed i membri del Comitato dovevano non poco affaticarsi per disporre tutti nell’ordine voluto. Dopo un po’ di attesa, che maggiormente sembrava lunga perché in tutti era viva l’ansia di ammirare le mascherate in posto più largo, fu iniziata la partenza...

Le costruzioni, le vetture, le biciclette, le maschere isolate – Davvero che nel vedere una così lunga sfilata di carri, vetture e carrozzine veniva spontanea la domanda: come in così poco tempo fu potuto allestire un così gran numero di allegorie e di eleganti mascherate? Il colpo d’occhio non poteva essere più bello. Aprivano il corteo due battistrada seguiti da una carrozza del Comitato, indi ecco un gentile e piccolo ciclista tutto rivestito di cartoline illustrate e colla bicicletta ugualmente ricoperta di tali cartoline. Ed ecco un altro piccolo pedalatore, dalla faccia rosea e rubiconda, un amore di bimbo che con serietà spinge la sua macchina tutta guarnita di violette mammole e lui pure vestito con abiti dello stesso simpatico colore. Viene di poi la barca automobile susseguita da un carro formato da due biciclette e raffiguranti un monumento glorificante i caduti a Porto Arthur. Seguono ancora tre ciclisti, uno vestito completamente in rosso, l’altro in bianco e l’ultimo in verde, componendo così i colori della nostra bandiera e portando nel corso la nota patriottica. Indi possiamo vedere una bicicletta montata da uno mascherato da rana ed anche quattro altre biciclette rappresentano “La pianella perduta nella neve” ed un’altra una gondola veneziana. Il carro rappresentante il “Trionfo dell’automobilismo” apre il corteo dei grandi veicoli. E ci passano poi davanti il “Trionfo di Giulio Cesare”, la “Cornucopia della felicità”, una allegoria alla “Iniziativa di S.M. il Re per l’Istituto internazione dell’Agricoltura”, quello del “Traforo del Sempione”, e fra di essi si alternano automobili adornate con fiori, una graziosa vetturetta giapponese del Conte de’ Conti, la carrozzina della “Stampa indi...gesta”, gli Orsi ammaestrati, i cantanti e molte altre mascherate a piedi... 

 

Verso i viali a mare – Il corteo lungo e maestoso si avanza per la via Regia, in principio un po’ a stento, fra una siepe umana. Le finestre e i balconi sono gremiti di signore e di signori e man mano ci avviciniamo alla spiaggia il getto dei fiori, di confetti, di coriandoli va aumentando. “Il Trionfo dell’automobile”, colla maestosa automobile innalzantesi fra le nubi attrae l’attenzione di tutti. Giulio Cesare impassibile sulla sua biga passa maestoso; i due sposini assisi sul davanti della “Cornucopia della felicità” si fanno ammirare per la loro gentilezza. La vetturetta giapponese richiama l’attenzione di tutti e non si sa se ammirare maggiormente la sua eleganza e ricchezza o l’infaticabile Conte de’ Conti che serio ed impassibile trascina la gentile signora che mollemente sta seduta sulla vetturetta stessa...


Il primo arrivo sui viali a mare. Battaglie carnevalesche dai balconi del Grand Hotel (che successivamente verrà chiamato “Regina” in onore di un soggiorno della Regina Margherita di Savoia; progettato da Goffredo Fantini nel 1900, oggi al suo posto vi sono degli appartamenti). Poi si gira subito da via Garibaldi per viale Ugo Foscolo. Bellezze cosmopolite – Le prime scaramucce fra carri e balconi, finestre e mascherate a piedi avvenute in via Regia vanno aumentando di intensità e non appena davanti al Grand Hotel si convertono in una vera battaglia. L’aria è continuamente solcata da mazzolini di fiori, confetti, stelle filanti e coriandoli. I balconi e le finestre del Grand Hotel sono gremiti di signore e signorine che ammirano e ingaggiano una viva battaglia. Notiamo la distinta signora Manzi Fè e famiglia, e la famiglia Bossi colle gentili signorine che sono instancabili ed una viva grandinata cade dalle loro finestre. E si prosegue così svoltando dalla via Garibaldi ed andando a finire nell’ampio viale Ugo Foscolo, passando però prima sotto i balconi della famiglia Consigli e del marchese Antinori affollati di signore e signori. La finestra e i balconi dell’Hotel Italia, parati con tappeti, ospitano una larga rappresentanza della colonia forestiera, che inizia tosto un ben nutrito getto di fiori e confetti ed è pur vivo il getto dalla palazzina del Conte di S. Giorgio. La gentile Miss Rose si diverte un mondo nel susseguente balcone lanciando coriandoli e fiori ed una vera grandine, un finimondo cade dai balconi e dalle finestre del Marchese Avati dove notiamo la signora Magnani e le signorine De Courtanze. Sui balconi del Paris-Soleil notiamo la signora Giovannetti colle gentili signorine ed una miss americana della quale siamo spiacenti di non conoscere il nome che per la sua nera capigliatura non può non richiamare i biondi capelli di miss Rose e far sorgere il confronto fra queste due bellezze che Viareggio ospita. Anche dai balconi del Paris-Soleil il getto è vivo e le signore e signorine si dimostrano instancabili...

 

Il ritorno sui viali a mare – Arriviamo all’Hotel Russie e qui campeggia la Marchesa Calabrini alla quale i bianchi capelli danno maggior risalto alla freschezza del viso e nelle altre finestre e balconi del Russia vediamo la famiglia D’Aulerio, le nipoti di Alessandro Manzoni ed un numero rilevante di forestieri che gareggiano fra di loro nel getto di fiori e d’altro...


L’articolo prosegue con l’elencazione, divertente ma fin troppo capziosa – evidentemente un tributo da pagare alla “colonia forestiera” che di fatto aveva finanziato il corso – di tutti gli ospiti presenti sui balconi dei villini e degli alberghi di Viale Manin fino alla villa del Conte Hohenau che si trovava pressappoco dove oggi c’è la brutta costruzione sede dell’UPIM. Il corso poi s’inoltrava per la prima volta anche sul Viale Margherita. Alle 18 si ebbe la premiazione che vide per le costruzioni i seguenti risultati. Primo premio – Lire 400: “Il Trionfo dell’automobile”;  Secondo premio – Lire 250: “La Cornucopia della felicità”; Terzo premio – Lire 150: “Il Trionfo di Giulio Cesare”. Il primo premio per le vetture non fu assegnato. Tuttavia venne attribuita una bandiera d’onore al menzionato Conte de’ Conti e alla sua vetturetta giapponese. Il primo premio per le biciclette andò al velocipede patriottico “Bianco, rosso e verde”, mentre per le maschere isolate vinsero “Gli orsi ammaestrati”. Cronaca ritrovata di un giorno di carnevale a Viareggio, 102 anni fa, dedicata a tutti i viareggini da parte del LIBERO COMITATO CITTADINO.

 

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martedì, 19 giugno 2007

Una carta d’identità del Linchetto e del Baffardello

 

Domani, mercoledì 20 giugno, alle 18.30, nell’ambito degli incontri letterari sul tema “Tra storie vissute e leggende” organizzati dalla Circoscrizione Darsena - Ex Campo d’Aviazione, si terrà presso la sede della Circoscrizione, in via Parri 2, la presentazione del mio libro, “I Folletti nelle tradizioni popolari italiane. Credenze e leggende”, edito qualche tempo fa da Mauro Baroni, che rimane ancor oggi (immodestamente!) uno dei più esaustivi e originali contributi di studiosi italiani sull’argomento. Per l’occasione proporrò un’insolita “carta d’identità” del Linchetto e del Baffardello, i folletti del folklore viareggino e versiliese, attraverso la rievocazione delle fisionomie, dei caratteri, dei comportamenti e dei poteri magici tramandati dalle tradizioni popolari. Leggerà rare e suggestive testimonianze folkloriche tratte dal libro la “fata” Rebecca Palagi.

 

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lunedì, 18 giugno 2007

Omaggio rétro alle amiche gattofile
 
Durante la mia seconda campagna di catalogazione del cimitero di Marcognano ho avuto accesso a una cappella familiare di costruzione relativamente moderna ma che mi avevano suggerito di visitare perché dentro vi avrei trovato qualcosa di particolare... Ebbene, in un angolo della cappella, vi era questo bellissimo tavolo intarsiato di gusto liberty, con sopra scolpiti alcuni gatti in atto di giocare, leccarsi, stiracchiarsi, fare le fusa... L'opera è firmata "P. Raffo, Carrara”. Si tratta dello scultore-ornatista carrarese Pietro Raffo, che con questo lavoro vinse l'importante "Premio Fabbricotti" (uno dei più ambiti dell'epoca) nel 1906 e che i suoi eredi hanno voluto conservare all'interno della cappella di famiglia come omaggio all'illustre antenato. Dedico il ritrovamento di questo singolare manufatto a tutte le amiche gattofile, tra le quali mi vengono in mente Rosemaude, Samanta, Brunissenda, Carlina P., Munk, Biribao, la mitica Miranda, qualcuna che sicuramente mi scordo e compagnia miagolante...
 
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sabato, 16 giugno 2007
Il mistero del ritratto di Leopoldo Fregoli “scippato” a Viareggio
 
Ieri pomeriggio, per allietare la bella, informale e affettuosa cerimonia di consegna allo scrivente del Premio Salmaso (di nuovo grazie a tutti!) ho proposto un piccolo documento scoperto nell’archivio storico del cimitero comunale (dentro un'invitante busta “riservatissima”) che ci introduce al mistero del busto (o forse più tecnicamente medaglione?) di Leopoldo Fregoli “scippato” a Viareggio. Molti sanno che il grande attore trasformista Leopoldo Fregoli visse gli ultimi anni della sua vita a Viareggio dove morì nel novembre del 1936. Pochi sanno che fu sepolto nel nostro cimitero dove le sue spoglie rimasero fino alla Pasqua del 1938 quando furono trasferite per volontà della famiglia al cimitero del Verano a Roma. Nel giugno del 1941 una tale Matilde Caccialupi scrive un’accalorata lettera riservata al Direttore del Cimitero di Viareggio...
 
Spettabile Direzione del Cimitero di Viareggio,
come rappresentante di un gruppo di Amici di Leopoldo Fregoli che, come ben sapete, fu traslato dal vostro cimitero a quello di Roma, desidererei uno schiarimento. Voi avrete certamente permesso che anche il Busto di bronzo esistente sulla Tomba di Viareggio venisse asportato, per essere ricollocato sulla Tomba di Roma (cosa possibilissima trattandosi anche qui, come desiderio dell’Estinto, di semplicissima lastra di marmo o granito). Invece, non si sa con quale criterio (essendo da chiunque s’intenda di Arte vivamente criticato) fu apposta invece del Busto una Maschera funeraria sotto il nome di Fregoli tanto che i passanti che non lo conobbero credono Fregoli così brutto!... Di ciò ne è stata edotta la moglie e il suo segretario, Sig. Romolo Crescenzi, che si è occupato del nuovo Monumento. Il Busto di bronzo sembra che sia rimasto presso il Crescenzi (in un suo studio del Teatro Quirino) come sua proprietà. Anzi è certo che è lì ancora con la base di travertino della Tomba. E’ ciò giusto? Non si potrebbe obbligarlo a norma di legge a rimettere il Busto sulla nuova tomba come starebbe benissimo (invece dell’orrida Maschera funebre). Tutto ciò è stato suggerito di farlo, sia a lui che alla moglie, ma entrambi non hanno aderito, credo, per mancanza di volontà. Non ci sarebbe perciò che obbligarli a norma di legge a rimettere il Busto sulla Tomba oppure minacciarli di ripresa del Busto da parte del Governo. Naturalmente, tutto ciò si dovrebbe fare senza accenno a questa mia, ma come constatazione di infrazione alla legge cimiteriale, cioè ricerca del Busto uscito dal Cimitero di Viareggio e non rientrato in quello di Roma ma divenuto proprietà privata, mentre dovrebbe adornare “Leopoldo Fregoli”. Vi sarò grata di una risposta in merito.
Dev.ma Matilde Caccialupi
8 Via Vicenza (Roma)
presso Dr. O. Petri
P.S. La Signora Velia Fregoli risiede a Monettirolo (Prov. Di Ferrara) ma il Busto è a Roma presso Romolo Crescenzi (nel suo ufficio del Teatro Quirino). Come mai un Busto che è stato per anni in luogo Sacro può ritrovarsi misconosciuto in un cantuccio di teatro? Per finire poi in qualche fonderia nell’avvenire? Sarebbe un dovere intervenire perché ritorni al suo posto. Prima che potessero occultarlo etc. sarebbe bene farlo ritrovare nell’ufficio dove si trova. Il Crescenzi è generalmente in ufficio, dalle 11 e mezzo antimeridiane alle 12 e mezzo, ma a giorni il teatro si chiude e non so se anche il Busto resterà lì. Prego non accennare a questa mia, neanche con la Direzione del Verano che so “amici del Crescenzi” e potrebbero riferirglielo. Ciò che è bene non sappia, essendo anche nostro amico. Noi vogliamo operare in favore di Fregoli, se possibile!!!
 
Quindi per circa un anno e mezzo un busto-ritratto in bronzo di Leopoldo Fregoli (da verificare come detto se a rilievo o a tutto tondo) adornò la sua tomba nel cimitero di Viareggio. E a questo punto sarebbe interessante, data la committenza prestigiosa, scoprirne l’autore. Fu realizzato appositamente per il sepolcro oppure era un ritratto che Fregoli si fece fare in vita? Il Teatro Valle di Roma (non il Quirino, sarebbe stato troppo facile...) conserva un busto di Fregoli “di ignota provenienza”; sarà bene fare una piccola indagine! Il ritratto viareggino potrebbe comunque essere rimasto in possesso di eventuali eredi di Romolo Crescenzi, che fu un singolare personaggio: segretario fac-totum di Fregoli, vista l’incredibile somiglianza fu il suo indispensabile collaboratore nelle trasformazioni più spettacolari (quando Fregoli spariva dal palco e riappariva subito dopo in platea, ovviamente non era più Fregoli ma Romolo Crescenzi). Gli aneddoti e le leggende si sprecano: pare che Fregoli lo mandasse in sua vece alle feste e ai ricevimenti in cui si annoiava o ad incontri imbarazzanti.
 
Molto “viareggina” è infine la risposta del Direttore dei cimiteri che alla circostanziata lettera della signora Caccialupi, in cui si suggeriscono perfino strategie per beccare il Crescenzi – se così si può dire – “col malloppo”, dichiara imperturbabile:
 
In merito alla questione da voi esposta riguardante il busto in bronzo di Leopoldo Fregoli che la Signora del defunto non ha rimesso sulla di lui tomba l’Amministrazione comunale di Viareggio non può farci nulla. Con ossequi.
 
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domenica, 10 giugno 2007

Il “Premio Giancarlo Salmaso”, la fotografia della fanciulla Darma Scuoteguazza, il mistero del ritratto di Leopoldo Fregoli “scippato” a Viareggio e folletti a go-go
 
Chi mi conosce sa che sono refrattario ai Premi “competitivi”: come scrittore e poeta non ho mai partecipato a un Premio letterario e, benché più volte sollecitato, ho sempre cortesemente rifiutato di far parte di giurie. Non che non ne riconosca la validità o l’importanza, semplicemente non rientrano nel mio “modus vivendi”. Solo nel caso per adesso assai remoto (ma non si sa mai) di un festival cinematografico accetterei la partecipazione in concorso, peraltro fregandomene altamente del risultato, ma lo farei esclusivamente per le difficoltà congenite nel far vedere un film, soprattutto se un film di spessore. Tuttavia ho accettato con orgoglio il “Premio Giancarlo Salmaso” che mi è stato generosamente attribuito, in quanto appunto premio non di competizione ma di attestazione di stima. Stima per il mio lavoro di ricercatore che negli ultimi dieci anni ho volutamente allargato alla ricostruzione della storia delle dinamiche culturali della mia città dalla metà dell’Ottocento ai giorni nostri. C’è un altro aspetto che mi lega al compianto Giancarlo: lui è addirittura riuscito a salvare le vecchie targhe con i nomi delle vie o i numeri delle abitazioni che venivano frantumati durante la ristrutturazione, quasi sempre selvaggia, delle tipiche case “viareggine”; io, quando ho potuto, magari allertato da qualche amico solidale, sono riuscito a salvare, spesso in circostanze rocambolesche, alcune bellissime fotografie d’epoca che adornavano le tombe di fine Ottocento e di inizio Novecento nel nostro martoriato cimitero monumentale, smantellate senza ritegno da marmisti senza scrupoli, come questo delicato ritratto della fanciulla Darma Scuoteguazza, per cui m’improvvisai detective alla Maigret. La premiazione avverrà venerdì 15 giugno alle ore 18 presso il Bar Vip in Via Garibaldi 65. Siete tutti calorosamente invitati anche perché ho in programma per voi un nuovo mistero, fresco di scoperta d’archivio, che coinvolge la nostra città: un ritratto di Leopoldo Fregoli “scippato” a Viareggio. In che modo? Lo scoprirete venerdì prossimo! Se poi volete sapere tutto, ma proprio tutto, sui folletti, non potete mancare mercoledì 20 giugno, ore 18.30, alla Circoscrizione Darsena-Campo d'aviazione, in via Parri 2, dove nell’ambito del ciclo di incontri di letteratura sul tema “tra storie vissute e leggende”, parlerò del mio libro “I folletti nelle tradizioni popolari italiane”, edito qualche anno fa da Mauro Baroni, che rimane ancor oggi uno dei più esaustivi contributi sull’argomento. A chi potevo rivolgermi per un viaggio nel mondo dell’immaginario se non alla mia fantasmatica attrice (e lettrice) Rebecca Palagi che mi aiuterà a stilare una carta d’identità dei folletti italiani, in particolar modo del Linchetto e del Baffardello? Vi aspetto.
 
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giovedì, 07 giugno 2007
Il Teatro delle Effusioni
ovvero
Il frangiciglia sotto il gibus
 
Come contraltare e insieme complemento alle Storie d’archivio e al Cinemino di parole, entrambi caratterizzati dal principio di narrazione e fabulazione, ho ideato il Teatro delle Effusioni,  sorta di teatro di poesia allo stato puro, dove la parola declamata, ora fantasmatica e crepuscolare ora metamorfica e giocosa, si offre, nella lievità iterativa e incantatoria delle semplici canzoni che la intermezzano, come fremito medianico alla trepida smaterializzazione del Sé. Effusioni intese come accensioni liriche che in un singolare processo di creazione e astrazione linguistica determinano una specie di “hortus conclusus” teatrale, spazio-tempo sacro e magico (ma mai dogmaticamente rituale) di rigenerazione affettiva e fantastica. Primo esperimento è Il frangiciglia sotto il gibus, brevissimo spettacolo strutturato come un caleidoscopico assemblaggio di testi scritti vent’anni fa e adattati alle corde espressive della mia attrice  prediletta Rebecca Palagi e della mia cantante prediletta Samanta Barontini, accompagnate al pianoforte dall’immancabile Adriano Barghetti, in una sorta di “tempo ritrovato” che a dispetto dei processi di deterioramento e corruzione messi in atto dalla Realtà mantiene inalterata e inattaccabile tutta la purezza dell’ispirazione originaria. Confluiscono nell’esperienza del Teatro delle effusioni una serie di composizioni elaborate nel corso degli anni per Il Teatrino dei bisogni consapevoli – il mio personale laboratorio di creazioni “intermediali” intorno alle grandi tematiche dell’immaginario affettivo fondato nel lontano 1986 – come le Poesie per un libretto da fiera o le Cantilene per meste o allegre melodie (una di queste cantilene, Luce di luna antica, “sigla” delle Storie d’archivio, ritorna anche nel Frangiciglia come segno di continuità e contaminazione fra tutte le mie esperienze passate e in atto sia di creazione che di ricerca). Per il suo valore di manifesto, vi propongo i testi del primo spettacolo (prose poetiche e parole delle canzoni).
 
IL FRANGICIGLIA SOTTO IL GIBUS
 
SAMANTA
 
Luce di luna antica
che hai visto me bambina
lascia quel fotogramma
scorrere come prima
quieta la vita mia
con verve straordinaria
spreta i credi
fa d’albume l’aria
 
REBECCA
 
Le piccole luci che nella notte formano fili allungati e tondini: ecco cosa sono i ricordi. Io vorrei essere fatta di piccole luci, di stelle e di lacrime. Riunire i frammenti è compito di un’energia troppo grande, superiore alle mie possibilità. E, forse, per sfuggire al potere, quel potere che non ha forma, occorre ridurre la propria struttura psicologica ad un pulviscolo.
 
SAMANTA
 
C’era una volta e ancora c’è
una bambina con lunghe ciglia
pene d’amore non assottiglia
c’era una volta e ancora c’è
 
C’era una volta e ancora c’è
un’alba scura corta di ore
c’era un tormento senza clamore
c’era una volta e ancora c’è
 
C’era una volta e ancora c’è
un caminetto caldo di brace
c’era un trucchetto per fare pace
c’era una volta e ancora c’è
 
REBECCA
 
Chi esce di notte da un segreto di sbarre e atterra nel buio del marciapiede come una piuma? E’ notte, il cielo blu d’estate: la donnina anonima rasenta i muri sotto le grondaie: il corpo è una grata sfilacciata, un braccio è una matita, le ciglia luccicanti, un cappellone leggero come un palloncino, una pipa e tre bollicine di fumo. Porta a spasso il proprio corpo incantato, di notte, per la città.
 
SAMANTA
 
Le caste aste
la brilla brina
le bianche clamidi della mattina
il lemme lemma
i flutti flou
il frangiciglia sotto il gibus
 
REBECCA
 
Dirò all’angelo di sottrarre al tempo i momenti di vita criptata. Mai più verrà l’orrenda strega che gridava: “Ogni corpo che passa è un ferro arrugginito, un mucchietto d’ossa appeso a un impalpabile sole...”
 
********
 
Il Teatro delle Effusioni è dunque espressione di una precisa idea di rappresentazione che è possibile riassumere nei seguenti punti chiave: a) testo come partitura fraseologica-evocativa; b) apparato scenico come giocattolerìa; c) musiche e canzoni come iterazione sentimentale-clownesca di brani composti per l’occasione o tratti da vecchi spartiti “desueti”; d) regista come demiurgico assemblatore di frammenti lirici ed esistenziali; e) attori come maestri cerimonieri, portatori di sembianze e voci atte a far sognare. Il tutto intorno a suggestioni drammaturgicamente risolte in chiave medianica. E rigorosamente brevi o brevissime, della durata mai superiore a un quarto d’ora.
 
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categoria:fremiti
sabato, 02 giugno 2007

Ornatisti
 
Ultime settimane e poi un’altra lunga stagione di ricerca è passata. Con il 30 giugno chiudo la grande campagna di catalogazione del patrimonio storico-artistico dei cimiteri monumentali di Marcognano (Carrara) e di Mirteto (Massa) iniziata lo scorso anno per conto della Sovrintendenza. Tantissime scoperte, tantissime suggestioni, di cui ho spesso parlato in questo blog. Una bella avventura intellettuale con qualche risvolto medianico (visto anche l’argomento) come piace a me. Voglio congedarmi con un omaggio agli straordinari ornatisti carraresi del primo Novecento attraverso l’immagine di questa lapide dedicata alla fanciulla Lidia Sanguinetti (1892-1911), figlia di Lepoldo Sanguinetti, titolare di uno dei più importanti laboratori artistici del marmo carraresi del tempo, dalla cui bottega presumibilmente proviene. I magnifici tralci di crisantemi e di gigli, finemente lavorati, incorniciano la targa con la bella ed evocativa fotografia della commemorata e l’epigrafe petrarchesca.
 
postato da: riccardomazzoni alle ore 21:05 | Permalink | commenti (8)
categoria:aquidernature, elegie

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