Non è ver che sia la morte...
Per commentare la bella e partecipatissima serata dedicata alla replica di “Che fai bambina mia su quella porta” prendo a prestito le parole di una lettera inviata all’amico Antonio Melani il giorno prima...
Domani assisterai a una rappresentazione che ha per tema (anche) la morte (insieme alla memoria, all'infanzia, alla genesi delle leggende e molto altro ancora). Nella nostra società capitalistica e materialista è un tabù che - dopo aver banalizzato il sesso e irriso l'amore in nome del Dio denaro - fa ancora molto paura e difatti, quando non la si rimuove completamente, la si affronta spettacolarizzandola grettamente e riempiendola di orrori (attraverso gli orrorifìci mediatici), togliendole quella valenza - anche cristiana - etica e umanamente segreta. Noi restituiamo interamente la morte alla poesia attraverso la nostra piccola "storia d'archivio", con un elegia sommessa a un'icona dell'immaginario popolare viareggino: la "Bimba che aspetta".
Speriamo di esserci riusciti.
Grazie grazie grazie a Rebecca Palagi, Samanta Barontini, Adriano Barghetti, compagni di viaggio nello spazio (scenico) e nel tempo (esistenziale) delle “storie d’archivio” che, con grande gioia e un pizzico di stupore da parte nostra, cominciano ad avere un numero elevatissimo e affezionatissimo di appassionati e simpatizzanti; a mia moglie Federica Ghiselli che ha composto il tema musicale originale; a Luca Guidi, il nostro scenotecnico fac-totum.
Rispetto alla notte di San Lorenzo abbiamo inserito un suggestivo brano autobiografico della scrittrice brasiliana di origini toscane Zélia Gattai, tratto dal suo libro “Anarchici, grazie a Dio”, che rende benissimo la popolarità raggiunta dalla poesia “Tutto ritorna” - che servì quasi sicuramente da ispirazione al committente della statua della “Bimba che aspetta” Eugenio Barsanti - a cavallo tra Ottocento e Novecento. Zélia bambina è un’abile declamatrice di poesie...
Notissima ed apprezzata fra gli amici di papà per le mie qualità drammatiche e per la mia buona memoria, molto spesso guadagnavo qualche monetina, dopo i miei recital. Dividevo i guadagni con Wanda, mia sorella e mia socia, e qualche volta lei m’imbrogliava e si teneva tutto. Quella domenica avevo qualcosa di nuovo in repertorio. Il giorno prima, mia sorella, saputo della gita e prevedendo un’audizione, mi aveva fatto imparare a memoria, a spron battuto, una poesia italiana molto triste. Era la storia di una bambina, la cui madre era morta, ma lei continuava ad aspettarla tutti i giorni, seduta sulla soglia della porta di casa. La poesia cominciava così: “Fanciulla, cosa fai su quella porta / chi guardi così lontano per la via?”. Mi sistemarono in piedi su una sedia, chiamarono la signora Quaglia, proprietaria del ristorante in cui aveva luogo la recita, che smise di sfaccendare per sentire la bambina che recitava una poesia italiana; la mamma, al mio fianco, avrebbe fatto da suggeritrice in caso di intoppo. Ansiosa, continuava a ripetere continuamente, quasi scusandosi, che la bambina aveva imparato la poesia soltanto il giorno prima... Mentre stavo finendo di declamare, dosando bene il pianto della voce: “tornano i fiorellini ai vasi miei / tornan le stelle / e tornerà anche lei...” mi accorsi che mamma si era emozionata e cercava di trattenere le lacrime. Anche la signora Quaglia doveva essere molto commossa, perché aveva i lucciconi: mi baciò e, prima che ce ne andassimo, mi diede dei cioccolatini e una bella mela profumata. Il marito mise la mano in tasca, tirò fuori una sterlina e me la offrì. Questa volta Wanda non prese la sua percentuale... La moneta fu cambiata in banca per ventimila réis, abbastanza per comperare una bambola “Lenci”, con i capelli rossi, bellissima, che ricevette il nome di Carlotta. La bambola della mia infanzia.
Il pellegrinaggio finale alla bambina di marmo ha concluso la serata.