Diario fantastico
Per uno scrittore ritrovare dei propri testi e progetti dimenticati costituisce sempre un avvenimento perturbante e un po’ medianico, nello spirito dunque del Teatrino dei Bisogni Consapevoli, soprattutto se essi si collocano in un periodo particolare della propria vita, segnato dall’esperienza traumatica – ma insieme estremamente fortificante dei propri ideali e del proprio universo creativo – del servizio militare. A partire dall’estate del 1986 e fino all’inverno del 1989, molti di questi testi sono stati riutilizzati, rielaborati, nei seminari e nelle animazioni del Teatrino. In seguito al ritrovamento sono stati pubblicati in un fascicoletto in 88 copie numerate con dedica ad personam nel gennaio-febbraio del 2002. Ai lettori più affezionati di questo blog non sfuggirà il fatto che alcuni brani e frammenti sono già stati da me proposti in passato. Questo perché una sorta di malioso sentiero mentale mi riconduce continuamente alle mie scritture di oltre vent’anni fa. Ad esse dunque dedicherò necessariamente un piccolo recital che non potrà che intitolarsi Il Teatrino dei Bisogni Consapevoli: poesie e cantilene con cinemino (di parole) finale.
Sedici ritagli (1982-1984)
ritrovati nel gennaio del 2002
1. Il ciottolo muro che dava nel giardino della Maternità... (strappato)
2. Arlecchino: “Amore, se io sapessi truccare la vita, da quanti anni potremmo essere felici...” – Colombina: “Le mani di vetro e di neve che tagliano e gelano appena a toccarle...” (omaggio ad A. Blok e a V.E. Mejerchòl’d).
3. La veglia funebre. Abbiamo la possibilità di recitare in un grande giardino, alla presenza di un pubblico eterogeneo: un miscuglio di contadini e intellettuali borghesi. Oppure in uno stanzone: in tal caso lo addobberemo (con materiale povero) cercando di dare una suggestione a metà tra uno scatolone e una vecchia casa di campagna. Nel mezzo del giardino o dello stanzone, un tavolo con sopra un fantoccio di paglia con le sembianze di una vecchia. Faremo in modo che gli spettatori abbiano la sensazione di partecipare a una veglia funebre secondo la tradizione contadina. Rievocati da una giovane narratrice, vestita come il fantoccio di paglia (e quindi come la vecchia morta), si danno ritrovo gli esseri fantastici delle leggende e delle credenze popolari (folletti, spauracchi, streghe, ecc.). Elaboreremo due diversi tipi di messa in scena. Quando reciteremo in un giardino, in un prato o in una piazza privilegeremo l’aspetto della festa: musiche, danze, clownerie, il carro del teatrino itinerante con il casotto dei burattini, cartelli colorati, ecc.; viceversa recitando in uno stanzone emergerà l’aspetto più interiore, segreto, fantasmatico dell’immaginario che abbiamo posto in questione. Questa dialettica starà sempre alla base del nostro lavoro. Rielaboreremo i personaggi sopra citati servendoci di forme e tecniche proprie del teatro d’animazione, valorizzando la sensibilità, la fantasia, la gestualità e la capacità di approccio degli attori che vorranno personificarli, alla ricerca della maggiore libertà (e affettività) espressiva possibile. Ci serviremo inoltre di “attrezzeria magica”, cioè di oggetti particolari, presi dal mondo delle tradizioni popolari, utilizzati in maniera creativa dagli attori, aventi funzioni polisegniche, in modo da creare figurazioni scomponibili e in continua trasformazione. Ogni attore dovrebbe tenere inoltre una specie di “diario fantastico”, dove annotare sogni, progetti, suggestioni di ogni genere, moti di ribellione, idee: un materiale che gli permetterà di partecipare attivamente all’elaborazione dello spettacolo.
4. Sulla predestinazione. Primo contatto con l’animismo e la magia del futuro eroe. Bambino, rimane chiuso in una stanza a forma di grotta nel cimitero della sua città dov’è situato un piccolo presepe meccanico. Le figurine del presepe si animano e gli predicono il futuro.
5. Il teatrino dei burattini nella pineta di ponente nei primi anni ‘70. Ricostruire uno spettacolo con l’eroe di tutti i bambini di allora: il burattino Masticabrodo. Un ragazzo di Viareggio (Gionata Francesconi) conserva il materiale originale (i canovacci, il casotto, i burattini). I meccanismi di coinvolgimento dei bambini e la bastonatura finale. Masticabrodo e il Diavolo: i bambini gridano a squarciagola quando alle spalle di Masticabrodo compare, in una nuvola di fumo, il Diavolo: “Attento, attento Masticabrodo!”. Ricordare l’aspetto domestico della pineta di ponente: gran cortilone dell’infanzia con le innumerevoli costruzioni, le giostre, il trenino, il laghetto dei cigni e il noleggio delle biciclette.
6. Il disertore è una maschera strana: nacque in un disegno come illustrazione di una breve poesia apologetica della vita notturna, rinunciataria. Scritta in uno stato d’animo particolare, all’inizio dell’estate, essa invocava veramente uno spiraglio di libertà, di ribellione. Viareggio d’estate si stringe nel conformismo, nella gretta materialità. Si sente l’esigenza di una dimensione più calma, impalpabile. La poesia avvertiva la presenza di uno spiritello in fuga: “Chi esce di notte da un segreto di sbarre e atterra nel buio del marciapiede come una piuma?”. E’ notte, il cielo blu d’estate: il disertore rasenta i muri sotto le grondaie: il corpo è una grata sfilacciata, un braccio è una matita, le ciglia luccicanti, un cappellone leggero come un palloncino, una pipa e tre bollicine di fumo. Porta a spasso il proprio corpo incantato, di notte, per la città.
7. R. incontra L. e se ne innamora. L’incapacità di accettare la realtà e le trame psicologiche che regolano i rapporti umani lo conduce ben presto ad un amore sognato e ad una scelta di vita contemplativa come difesa estrema della purezza del proprio mondo interiore. La frattura con gli ambienti e gli avvenimenti di comunione della propria città è netta: il carnevale, l’estate scandiscono periodi di dolore che tuttavia, accumulandosi e stratificandosi, segnano una specie di dimensione magica nella quale R. cerca di annullare l’angoscia della propria esistenza. La partenza per il servizio militare lo porrà di fronte a un magma psichico terribile e a una violenza istituzionalizzata che combatterà con tutte le proprie forze. Ricoverato all’ospedale militare ne uscirà al termine di una tragica notte dove vedrà materializzarsi i fantasmi e le pulsioni più torbide dell’inconscio.
8. Ospedale militare di Caserta. Terrificante notte tra il 19 e il 20 agosto 1983. Una corsia di letti. Un ragazzo grida, si lamenta, vomita. Fantasie di morte (testa schiacciata). Disfacimento morale e pulsionale. Sogni, ricordi, visioni: il lirismo della vita quotidiana. Il ragazzo viene portato via. Sangue, orina. Odore di una polluzione notturna.
9. Nell’ospedale militare una piccola forma di potere è detenuta dalle suore: c’è la suora che al mattino sveglia tutti quanti cantilenando un mucchio di preghiere, dirige le operazioni di pulizia tra mille piccoli ricatti, centellina il cibo perché ne avanzi anche per la sera; c’è la suora che minaccia e tuona di recarsi alla messa, insegue i ragazzi nel cortile, consegna i fogliettini delle preghiere. Poi ci sono le “sorelle”, crocerossine laiche: dolci, carine, impercettibilmente truccate, apparentemente fuori posto, come uscite da un sogno. La camerata grigia immensamente dilatata le accoglie come il suono azzurro delle campane. E infine i medici. I medici sono il potere in un ospedale militare, hanno i gradi, il colonnello medico ha un enorme pancione che le maschere faranno scoppiare... Magari ti diranno che è retorica, ma ricordi? Quel pancione deve scoppiare!
10. Struttura dello spettacolo. Atto unico, durata inferiore ad un’ora, scenografia povera portata in scena dagli attori, uso di maschere, stanza magica. Una staccionata di legno a metà della scena. Quattro brande poste di traverso appoggiate alla staccionata. Gli attori vi sono conficcati dentro. Questa parte della scena rappresenta una camerata di un ospedale militare. Davanti alla staccionata vi è uno spazio che si propaga fino alle prime sedie del pubblico, collocate disordinatamente nello stanzone. Questo è lo spazio dell’azione scenica: i quattro attori-militari ricoverati creeranno l’azione mediante le proprie parole, supportati da quattro altri attori, loro doppi, che agiranno nello spazio scenico muniti di maschere. A destra di questo spazio vi è un grosso pallone gonfiato agghindato da colonnello medico, tenuto al suolo da un enorme fallo di legno. A sinistra, un po’ più vicino alla staccionata, un tavolo con le maschere utilizzate dagli attori. Scopo dello spettacolo è quello di suggerire la dipendenza culturale e psicologica alle strutture di potere, e in particolare l’uso catartico, terapeutico delle fantasie sessuali da parte del potere militare, che sposta sulle donne la violenza accumulata all’interno della caserma.
11. L’attore deve conglobare in sé una sorta di energia primaria, androgina, e avvolgere il pubblico di questa potente carica de-psicologizzata. Ciò avverrà mediante l’uso auto-estraniante delle maschere, che presuppone una lacerazione psichica dell’attore, mediante pratiche esistenziali e poetiche particolari. Ho bisogno quindi di attori che vogliano e che possano sperimentare queste pratiche e, almeno inizialmente, non mi è possibile fare concessioni all’attore.
12. Lo spettacolo è la storia di una frattura che neppure il contatto con la morte riesce a risanare. Meglio: la consapevolezza della morte e la consapevolezza della frattura determinano un universo vitreo, d’impotenza, dove il vetro lascia trasparire le cose, che però non fluiscono, non raggiungono la sostanza simbolica dell’acqua. Così anche gli avvenimenti che in apparenza sembrano incedere, in realtà girano sempre su sé stessi, in cerchi sempre più ampi di dolore.
13. Suggestione scenica da La Place de l’Etoile di Robert Desnos. La moltiplicazione delle stelle marine. Centinaia di stelle marine legate a lunghissimi fili si librano sul palco e sul pubblico, mentre una gigantesca stella marina incastrata in una forma circolare attraversa silenziosamente tutta la sala, trascinata da cinque attori acrobati mascherati da stelle marine. I musicisti sul palco intonano una musichetta triste. Una figura femminile, nel suo lungo vestito nero, è sospesa a mezz’aria, in un intreccio di fili che ricorda la tela di un ragno. Carrozza a pedali che muove la grande stella marina; cannone lancia stelle marine; maschera che porta sulle spalle un recipiente di stelle marine e trampoliere che con un grande cucchiaio le lancia al pubblico al ritmo di un fox-trot...
14. (...) dai suoi occhi chiari, limpidi come l’acqua di una fontana, hanno bevuto gli uccellini e adesso ella è cieca... (strappato)
15. Come nascono i sogni. Scenario per un cortometraggio “senza fine”. 1) Il filmato è ambientato in una campagna solitaria, nel corso di una splendida notte estiva. La macchina da presa si sofferma a lungo a riprendere il paesaggio agrario: i fossi, i campi coltivati, i lontani casolari (in alcuni di essi si intravedono ancora le luci accese), i rari alberi situati in mezzo ai campi e ai crocicchi delle strade sterrate: la linea dell’orizzonte si confonde con il buio della notte e dà la sensazione di uno spazio sconfinato. 2) E’ ora notte fonda. Si ode da lontano il suono di alcuni strumenti musicali. La macchina da presa inquadra una piccola processione di fiaccole e di lumicini: lungo una sperduta strada di campagna si stanno avvicinando, danzando e cantando, alcuni strani personaggi mascherati. Tutti improvvisano in continuazione girotondi, balli, canti, giochi. Portano con sé alcune minuscole mongolfiere, che evidentemente hanno intenzione di lanciare da un luogo convenuto. Tale luogo è una piazzuola d’erba in mezzo ai campi di grano. La costruzione delle mongolfiere avviene in una specie di silenzio rituale. La macchina da presa inquadra in primo piano i volti delle maschere: malgrado le loro buffe espressioni si riesce a intuire egualmente l’importanza dell’evento al quale stanno partecipando. 3) Le mongolfiere prendono il volo. Attraversano la campagna solitaria. Una di esse passa sopra un cascinale, si impiglia a una finestra aperta. E’ la camera una giovane coppia di sposi. Allora si materializzano nella stanza due figure mascherate e nude: un uomo e una donna. Si avvicinano lentamente al letto dei due giovani sposi: con un gesto di offerta, la donna porge in avanti con le mani un sasso colorato e un palloncino, l’uomo una falce e delle spighe di grano. 4) La macchina da presa inquadra ora in primissimo piano i volti dei due giovani sposi. Il battito prolungato delle ciglia indica la fase REM tipica del sogno. E i sogni dei due giovani sposi si stanno fondendo in un unico grande sogno, che altro non è se non il filmato stesso così come si è sviluppato fin dall’inizio. Si ripetono le sequenze del paesaggio agrario, della processione delle maschere, del lancio delle mongolfiere, della materializzazione delle due figure nella stanza, e così via, all’infinito. Ecco la spiegazione del quesito indicato dal titolo: i sogni nascono dai sogni, in una sorta di cerchio magico “senza fine”.
16. Dirò all’angelo di sottrarre al tempo i momenti di vita criptata. Mai più verrà l’orrenda strega che cantava: “Ogni corpo che passa è un ferro arrugginito, un mucchietto d’ossa appeso a un impalpabile sole...”