domenica, 30 marzo 2008
Segreti viareggini
 
Con l’amico Claudio Lonigro e il suo laboratorio di produzioni videocinematografiche “Clonig”, ho elaborato una sorta di format dal titolo Segreti viareggini, dedicato ad aspetti in qualche modo "misteriosi" della nostra città. Brevi filmati (della durata non superiore a dieci minuti), costruiti attraverso un montaggio originale (fino alla sperimentazione!), che dia l'idea della ricerca in atto e dell' "attraversamento" dello spazio e del tempo. Ebbene, ho deciso di dedicare il "numero zero” al portale "esoterico-massonico" di Viale Manin 25, risalendo, grazie alla mia ormai consolidata tecnica dell' "interrogazione creativa" delle più svariate fonti documentarie dell'epoca, a chi la costruì e a chi vi abitò... Ho già in mente decine di altri “segreti viareggini” da svelare... D’altra parte Il segno del comando non è passato invano nella mia vita insaziabile di mistero...
 
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venerdì, 21 marzo 2008
Dopo la messa a punto della quarta storia d’archivio
ecco il mio personalissimo
 
CARTELLONE 2008
 
1.
Tarda primavera
IL TEATRINO DEI BISOGNI CONSAPEVOLI
Prova d’aedo con cinemino (di parole) finale
Recital poetico

Cinemino Linchetto

2.
Estate
SANGUE SULLE ROTAIE
E CALVARIO DI DUE INNOCENTI
L’omicidio Barsottelli a Viareggio nel settembre 1931
Storia d’archivio

L

3.
Autunno
IL SEGRETO DELLA STELLA
Uno spettacolo dedicato a Yvonne George e Robert Desnos
Seconda versione con/per Rebecca Palagi
 
Yvonne George - Affiche di Kees Van Dongen
 
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mercoledì, 19 marzo 2008
Le storie d’archivio si tingono di giallo
 
Aspettavo di coinvolgere Rebecca, Samanta e Adriano; ora lo posso dire (anche perché nel frattempo le amiche fiorentine lo hanno comunicato a mezza Toscana!!!): la nostra prossima storia d’archivio rievocherà uno dei più efferati omicidi italiani degli anni Trenta: quello del giovane Ottavio Barsottelli che nella notte tra l'11 e il 12 settembre 1931 fu legato sui binari del treno nei pressi della stazione di Viareggio. Furono condannati due giovani che la comunità ha sempre ritenuto innocenti (e che furono graziati quasi trent'anni dopo). Con l’imprescindibile e determinante consulenza di Claudio Lonigro, il maggior esperto sull'argomento... Di più per ora non posso aggiungere. Soltanto ricordare che la prima rappresentazione è prevista per la prossima estate. Che l’avvilupparsi di storie personali la rende un affascinante viaggio nella memoria (anche musicale!) della città (dagli anni Trenta, passando per gli anni Cinquanta, fino ai giorni nostri). Che incontrerete di nuovo il commissario Cozzi, che nel frattempo ha abbandonato la polizia (vedere il post precedente) e si è trasferito a Viareggio dove nel 1951 pubblica un libro sull’omicidio Barsottelli nel quale scrive che... Le storie d’archivio si tingono di giallo!
 
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giovedì, 13 marzo 2008
Vi presento il commissario Paolo Cozzi
 
La prendo alla lontana. Vi presento il commissario Paolo Cozzi, che sarà tra i protagonisti della nostra prossima storia d’archivio - che per l’occasione si tingerà di giallo! - attraverso questo articolo di Paolo Bertuccio su una serie di delitti accaduti a Sarzana tra il 1937 e il 1939 apparso tempo fa sul quotidiano “Il Giornale”. Benvenuto commissario Cozzi nell’universo delle storie d’archivio...
 
I morti di questa storia sono cinque, ma avrebbero potuto essere anche sette. A volte succede che, in racconti di sangue come questo, qualche vittima designata la scampi, evitando così che le proporzioni della carneficina aumentino ulteriormente. Succede, un po' per fortuna, un po' perché chi dispone della vita o della morte di un uomo con un'arma in mano non è una macchina. È un uomo anche lui, e allora può anche sbagliare. Oppure provare pietà, e allora si ferma un istante prima di colpire. Ma questo non è il caso della nostra storia: qui la pietà non esiste.
Il primo morto è un prete, e si chiama don Umberto Bernardelli. È il rettore del Collegio delle Missioni di Sarzana da molti anni. La sera del 4 gennaio 1937, nel suo ufficio, si sta occupando per l'ennesima volta di tutte le piccole, tignose pratiche che è necessario sbrigare ad ogni inizio di anno solare. Ma deve interrompersi, per un motivo assai sgradevole. Un uomo si presenta davanti alla scrivania, e le sue intenzioni appaiono subito chiare. Cappellaccio calcato in testa, sciarpa di lana a coprire tutto il volto, rivoltella nella mano destra, non può trattarsi che di un rapinatore. Il sacerdote estrae immediatamente da un cassetto la bella somma di cinquantamila lire per consegnarla all'individuo, ma a questi il denaro non interessa. Gli interessa solo sparargli tre colpi in pieno petto, e lo fa senza dire una parola.
Tre colpi di pistola fanno baccano, e due collegiali quindicenni che si trovano in un corridoio vicino all'ufficio di don Bernardelli accorrono immediatamente. L'assassino li incrocia e non esita a sparare contro di loro. Fortunatamente la sua mano non è quella di un killer esperto: Leonardo Bassano viene colpito in maniera non mortale ad un fianco, mentre Alfredo Collini rimane incolume. La fuga dell'uomo mascherato prosegue fino alla portineria, dove è seduto, com'è consuetudine, don Andrea Bruno. Il secondo morto della nostra storia è lui.
«Fermo, disgraziato!», fa in tempo ad urlargli il religioso, prima che due pallottole lo facciano accasciare a terra. L'assassino riesce a dileguarsi, mentre don Bruno riceve i primi soccorsi. Il sacerdote è in agonia, ma a parlare ce la fa ancora. Prima del trasporto in ospedale, durante il quale spirerà, spiega faticosamente di aver riconosciuto il criminale. Il problema è che lo conosce solo di vista e non ne ricorda il nome. Nella concitazione, c'è chi prova a fargli qualche nome di studente sperando che venga fuori quello giusto. Nulla da fare.
Le indagini, fin dall'inizio non sono facili. I moventi, infatti, possono essere di svariata natura, tra cui quella passionale. Nella cittadina girano innumerevoli leggende sulla doppia vita di don Bernardelli, un prete che, a quanto pare, non disdegna la compagnia femminile. Si narra dei costosi abiti borghesi di questo sacerdote apparentemente irreprensibile, di numerose amanti, di altrettanti mariti gelosi. E, visto che vox populi, vox dei, non si può proprio escludere niente. Ma è concentrandosi sulle ultime ore di vita di don Bernardelli che gli inquirenti trovano quella che, forse, è la pista giusta. Quella sera, poco prima del delitto, la vittima era in compagnia di due persone. Una era don Andolfatto, parroco di Castelnuovo Piano; l'altra era uno studente d'ingegneria ventiquattrenne, tal Vincenzo Montepagani. Mentre i due sacerdoti discutevano delle gravi condizioni di salute di Papa Pio XI, il giovane se ne stava silenzioso in disparte. Tipico di questo ragazzo dal carattere estremamente introverso, che voleva guadagnare qualche soldo per poter sposare la sua fidanzata e che il rettore del collegio aveva aiutato, assumendolo come insegnante per le ripetizioni pomeridiane con uno stipendio adeguato. Non che lavorasse particolarmente bene, anzi, addirittura si faceva aiutare da un'altra professoressa a preparare le lezioni. Don Bernardelli lo aveva rimproverato più di una volta.
Montepagani è alto e robusto, esattamente come l'uomo con cappello e sciarpa descritto dai testimoni oculari. Giura e spergiura di non entrarci niente. Di essere tornato a casa e di non esser più uscito, quella sera, ma non riesce a provarlo. Gli screzi con la vittima e il carattere particolarmente difficile, ai limiti della patologia, convincono gli inquirenti ad accusare ufficialmente, tre settimane dopo la tragica serata, Vincenzo Montepagani del duplice omicidio.
Un caso brillantemente risolto? Non è detto. Ricordiamoci che questa è la storia di cinque morti. Il terzo e il quarto vengono trovati a Ghiaia di Falcinello, alle porte di Sarzana, alle prime luci dell'alba del 2 agosto 1938. Nel frattempo sono successe un po' di cose.
Vincenzo Montepagani è stato processato dopo diciotto mesi di detenzione. Sono spuntati alcuni testimoni a suo favore e l'accusa non è riuscita a provare la colpevolezza del giovane, pienamente assolto dopo una lunga camera di consiglio. Benito Mussolini lo ha risarcito consegnandogli personalmente un assegno da venticinquemila lire. Questo è accaduto a luglio, e l'agosto sarzanese si apre con un'altra coppia di cadaveri.
Livio Delfini, vent'anni, faceva il barbiere; Bruno Veneziani, trentacinquenne, il tassista. Quella mattina il taxi è lì, vicino ai due corpi crivellati da due armi diverse, una calibro 9 e una calibro 6.5. Due persone che non c'entrano niente l'una con l'altra, uccisi da altre due persone. Oppure no: un uomo, di solito, ha due mani, e in ognuna può trovar comodamente posto un'arma.
Questi sono i pensieri dell'acuto commissario Paolo Cozzi. Che con un occhio svogliato porta avanti le indagini nell'ambiente della sovversione politica, così come gli ha suggerito il Duce in persona, mentre con l'altro, assai più attento, segue un suo personalissimo filone, che mette in relazione il recente duplice omicidio con quello dei due sacerdoti al Collegio, di quasi due anni prima, e pensa ad un killer isolato. Né da una parte né dall'altra, però, arrivano risultati concreti. Almeno fino agli ultimissimi giorni del decennio.
La mattina del 29 dicembre 1939, il commissario Cozzi accorre all'Ufficio del Registro di Sarzana. L'ha chiamato il direttore, con una voce terrorizzata. E si capisce: è entrato, come tutte le mattine, e ha trovato il custode Giuseppe Bernardini con un'ascia piantata in mezzo alla fronte. Cozzi tocca l'ascia. È appiccicosa. E poi si guarda intorno, e vede la cassaforte aperta. Non scassinata, proprio aperta. Non è possibile: la chiave ce l'ha solo il direttore, che si chiama Guido Vizzardelli. Non è sarzanese, è abruzzese di Francavilla a Mare, dove si è sposato ed ha avuto il figlio Giorgio. A Sarzana è arrivato dopo essere scampato al terremoto che ha sconvolto la sua zona. Lo Stato gli ha trovato una sistemazione in Liguria e gli ha affidato lo stesso incarico che aveva laggiù. Quel che più conta, comunque, è che il signor Vizzardelli sia un uomo di riconosciuta rettitudine. Non può essere stato lui. Intanto, però, consegna il portachiavi al Commissario. È appiccicoso anche quello. «Capisce, signor Vizzardelli, è un atto dovuto, ma devo perquisire casa sua». Cozzi la passa tutta palmo a palmo. Giunge in cantina, e lì ci sono delle bottiglie vuote. Appiccicose.
Il signor Guido spiega candidamente che le bottiglie sono del diciassettenne figlio Giorgio, che distilla liquore per hobby. E che, anche se papà non lo sa, ha anche il passatempo di sparare ai barattoli con la pistola.
Cozzi ringrazia e torna al proprio ufficio. Quel ragazzino un po' introverso non lo convince. Ci lavora un po' e scopre una manciata di cose interessanti. Per esempio, che frequenta l'avviamento commerciale al Collegio delle Missioni. Che un giorno, alla fine del 1936, ha fatto un po' troppo chiasso ed ha danneggiato i ritratti del Re e del Duce. Che il povero don Bernardelli, per questo, lo ha sgridato. Interessante. Meglio scambiare due parole con il ragazzo.
La resistenza di Giorgio William Vizzardelli di Guido, nato a Francavilla nel 1922 e residente a Sarzana, dura poche ore. Confessa tutto. Di avere ucciso don Bernardelli per vendicarsi del rimprovero di pochi giorni prima, e di aver sparato su chiunque tentasse di ostacolare la sua fuga, come il povero don Bruno. Confessa di avere dato un appuntamento fuori città a Livio Delfini, il barbiere che era venuto a sapere chissacome della sua colpevolezza e lo ricattava, e di averlo ucciso insieme all'ignaro tassista che lo aveva portato fin là. Confessa, infine, di aver rubato le chiavi della cassaforte al padre e di avere barbaramente ammazzato Bernardini allo scopo di rubare i soldi per scappare negli Stati Uniti, la terra dei gangsters e soprattutto del suo idolo, Al Capone.
La minore età lo salva dalla condanna a morte. Nel gennaio 1941 Giorgio Vizzardelli, schiavo di un mito dell'America tutto suo, viene condannato al carcere a vita. Uscirà dopo ventisette anni, in seguito alla grazia concessagli dal Presidente della Repubblica Saragat, ma si toglierà la vita nell'estate 1973, a Carrara, in casa di una sorella.
 
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domenica, 09 marzo 2008
Una data da ricordare
 
Ho segnato la data del 7 marzo 2008 come inizio di una nuova avventura intellettuale (di cui è corresponsabile l’amico Claudio dell’Associazione culturale CLIVIS) che sfocerà quasi sicuramente in un eccellente storia d’archivio (magari da proporre già l’estate prossima e a tal proposito metto all’erta Rebecca, Samanta e Adriano) e perfino in un intrigante soggetto cinematografico. Ne riparlerò fra qualche post...
 
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martedì, 04 marzo 2008
Diario fantastico
 
Per uno scrittore ritrovare dei propri testi e progetti dimenticati costituisce sempre un avvenimento perturbante e un po’ medianico, nello spirito dunque del Teatrino dei Bisogni Consapevoli, soprattutto se essi si collocano in un periodo particolare della propria vita, segnato dall’esperienza traumatica – ma insieme estremamente fortificante dei propri ideali e del proprio universo creativo – del servizio militare. A partire dall’estate del 1986 e fino all’inverno del 1989, molti di questi testi sono stati riutilizzati, rielaborati, nei seminari e nelle animazioni  del Teatrino. In seguito al ritrovamento sono stati pubblicati in un fascicoletto in 88 copie numerate con dedica ad personam nel gennaio-febbraio del 2002. Ai lettori più affezionati di questo blog non sfuggirà il fatto che alcuni brani e frammenti sono già stati da me proposti in passato. Questo perché una sorta di malioso sentiero mentale mi riconduce continuamente alle mie scritture di oltre vent’anni fa. Ad esse dunque dedicherò necessariamente un piccolo recital che non potrà che intitolarsi Il Teatrino dei Bisogni Consapevoli: poesie e cantilene con cinemino (di parole) finale.
 
Sedici ritagli (1982-1984)
ritrovati nel gennaio del 2002
 
 1. Il ciottolo muro che dava nel giardino della Maternità... (strappato)
 
 2. Arlecchino: “Amore, se io sapessi truccare la vita, da quanti anni potremmo essere felici...” – Colombina: “Le mani di vetro e di neve che tagliano e gelano appena a toccarle...” (omaggio ad A. Blok e a V.E. Mejerchòl’d).
 
 3. La veglia funebre. Abbiamo la possibilità di recitare in un grande giardino, alla presenza di un pubblico eterogeneo: un miscuglio di contadini e intellettuali borghesi. Oppure in uno stanzone: in tal caso lo addobberemo (con materiale povero) cercando di dare una suggestione a metà tra uno scatolone e una vecchia casa di campagna. Nel mezzo del giardino o dello stanzone, un tavolo con sopra un fantoccio di paglia con le sembianze di una vecchia. Faremo in modo che gli spettatori abbiano la sensazione di partecipare a una veglia funebre secondo la tradizione contadina. Rievocati da una giovane narratrice, vestita come il fantoccio di paglia (e quindi come la vecchia morta), si danno ritrovo gli esseri fantastici delle leggende e delle credenze popolari (folletti, spauracchi, streghe, ecc.). Elaboreremo due diversi tipi di messa in scena. Quando reciteremo in un giardino, in un prato o in una piazza privilegeremo l’aspetto della festa: musiche, danze, clownerie, il carro del teatrino itinerante con il casotto dei burattini, cartelli colorati, ecc.; viceversa recitando in uno stanzone emergerà l’aspetto più interiore, segreto, fantasmatico dell’immaginario che abbiamo posto in questione. Questa dialettica starà sempre alla base del nostro lavoro. Rielaboreremo i personaggi sopra citati servendoci di forme e tecniche proprie del teatro d’animazione, valorizzando la sensibilità, la fantasia, la gestualità e la capacità di approccio degli attori che vorranno personificarli, alla ricerca della maggiore libertà (e affettività) espressiva possibile. Ci serviremo inoltre di “attrezzeria magica”, cioè di oggetti particolari, presi dal mondo delle tradizioni popolari, utilizzati in maniera creativa dagli attori, aventi funzioni polisegniche, in modo da creare figurazioni scomponibili e in continua trasformazione. Ogni attore dovrebbe tenere inoltre una specie di “diario fantastico”, dove annotare sogni, progetti, suggestioni di ogni genere, moti di ribellione, idee: un materiale che gli permetterà di partecipare attivamente all’elaborazione dello spettacolo.
 
 4. Sulla predestinazione. Primo contatto con l’animismo e la magia del futuro eroe. Bambino, rimane chiuso in una stanza a forma di grotta nel cimitero della sua città dov’è situato un piccolo presepe meccanico. Le figurine del presepe si animano e gli predicono il futuro.
 
 5. Il teatrino dei burattini nella pineta di ponente nei primi anni ‘70. Ricostruire uno spettacolo con l’eroe di tutti i bambini di allora: il burattino Masticabrodo. Un ragazzo di Viareggio (Gionata Francesconi) conserva il materiale originale (i canovacci, il casotto, i burattini). I meccanismi di coinvolgimento dei bambini e la bastonatura finale. Masticabrodo e il Diavolo: i bambini gridano a squarciagola quando alle spalle di Masticabrodo compare, in una nuvola di fumo, il Diavolo: “Attento, attento Masticabrodo!”. Ricordare l’aspetto domestico della pineta di ponente: gran cortilone dell’infanzia con le innumerevoli costruzioni, le giostre, il trenino, il laghetto dei cigni e il noleggio delle biciclette.
 
 6. Il disertore è una maschera strana: nacque in un disegno come illustrazione di una breve poesia apologetica della vita notturna, rinunciataria. Scritta in uno stato d’animo particolare, all’inizio dell’estate, essa invocava veramente uno spiraglio di libertà, di ribellione. Viareggio d’estate si stringe nel conformismo, nella gretta materialità. Si sente l’esigenza di una dimensione più calma, impalpabile. La poesia avvertiva la presenza di uno spiritello in fuga: “Chi esce di notte da un segreto di sbarre e atterra nel buio del marciapiede come una piuma?”. E’ notte, il cielo blu d’estate: il disertore rasenta i muri sotto le grondaie: il corpo è una grata sfilacciata, un braccio è una matita, le ciglia luccicanti, un cappellone leggero come un palloncino, una pipa e tre bollicine di fumo. Porta a spasso il proprio corpo incantato, di notte, per la città.
 
 7. R. incontra L. e se ne innamora. L’incapacità di accettare la realtà e le trame psicologiche che regolano i rapporti umani lo conduce ben presto ad un amore sognato e ad una scelta di vita contemplativa come difesa estrema della purezza del proprio mondo interiore. La frattura con gli ambienti e gli avvenimenti di comunione della propria città è netta: il carnevale, l’estate scandiscono periodi di dolore che tuttavia, accumulandosi e stratificandosi, segnano una specie di dimensione magica nella quale R. cerca di annullare l’angoscia della propria esistenza. La partenza per il servizio militare lo porrà di fronte a un magma psichico terribile e a una violenza istituzionalizzata che combatterà con tutte le proprie forze. Ricoverato all’ospedale militare ne uscirà al termine di una tragica notte dove vedrà materializzarsi i fantasmi e le pulsioni più torbide dell’inconscio.
 
 8. Ospedale militare di Caserta. Terrificante notte tra il 19 e il 20 agosto 1983. Una corsia di letti. Un ragazzo grida, si lamenta, vomita. Fantasie di morte (testa schiacciata). Disfacimento morale e pulsionale. Sogni, ricordi, visioni: il lirismo della vita quotidiana. Il ragazzo viene portato via. Sangue, orina. Odore di una polluzione notturna.
 
 9. Nell’ospedale militare una piccola forma di potere è detenuta dalle suore: c’è la suora che al mattino sveglia tutti quanti cantilenando un mucchio di preghiere, dirige le operazioni di pulizia tra mille piccoli ricatti, centellina il cibo perché ne avanzi anche per la sera; c’è la suora che minaccia e tuona di recarsi alla messa, insegue i ragazzi nel cortile, consegna i fogliettini delle preghiere. Poi ci sono le “sorelle”, crocerossine laiche: dolci, carine, impercettibilmente truccate, apparentemente fuori posto, come uscite da un sogno. La camerata grigia immensamente dilatata le accoglie come il suono azzurro delle campane. E infine i medici. I medici sono il potere in un ospedale militare, hanno i gradi, il colonnello medico ha un enorme pancione che le maschere faranno scoppiare... Magari ti diranno che è retorica, ma ricordi? Quel pancione deve scoppiare!
 
10. Struttura dello spettacolo. Atto unico, durata inferiore ad un’ora, scenografia povera portata in scena dagli attori, uso di maschere, stanza magica. Una staccionata di legno a metà della scena. Quattro brande poste di traverso appoggiate alla staccionata. Gli attori vi sono conficcati dentro. Questa parte della scena rappresenta una camerata di un ospedale militare. Davanti alla staccionata vi è uno spazio che si propaga fino alle prime sedie del pubblico, collocate disordinatamente nello stanzone. Questo è lo spazio dell’azione scenica: i quattro attori-militari ricoverati creeranno l’azione mediante le proprie parole, supportati da quattro altri attori, loro doppi, che agiranno nello spazio scenico muniti di maschere. A destra di questo spazio vi è un grosso pallone gonfiato agghindato da colonnello medico, tenuto al suolo da un enorme fallo di legno. A sinistra, un po’ più vicino alla staccionata, un tavolo con le maschere utilizzate dagli attori. Scopo dello spettacolo è quello di suggerire la dipendenza culturale e psicologica alle strutture di potere, e in particolare l’uso catartico, terapeutico delle fantasie sessuali da parte del potere militare, che sposta sulle donne la violenza accumulata all’interno della caserma.
 
11. L’attore deve conglobare in sé una sorta di energia primaria, androgina, e avvolgere il pubblico di questa potente carica de-psicologizzata. Ciò avverrà mediante l’uso auto-estraniante delle maschere, che presuppone una lacerazione psichica dell’attore, mediante pratiche esistenziali e poetiche particolari. Ho bisogno quindi di attori che vogliano e che possano sperimentare queste pratiche e, almeno inizialmente, non mi è possibile fare concessioni all’attore.
 
12. Lo spettacolo è la storia di una frattura che neppure il contatto con la morte riesce a risanare. Meglio: la consapevolezza della morte e la consapevolezza della frattura determinano un universo vitreo, d’impotenza, dove il vetro lascia trasparire le cose, che però non fluiscono, non raggiungono la sostanza simbolica dell’acqua. Così anche gli avvenimenti che in apparenza sembrano incedere, in realtà girano sempre su sé stessi, in cerchi sempre più ampi di dolore.
 
13. Suggestione scenica da La Place de l’Etoile di Robert Desnos. La moltiplicazione delle stelle marine. Centinaia di stelle marine legate a lunghissimi fili si librano sul palco e sul pubblico, mentre una gigantesca stella marina incastrata in una forma circolare attraversa silenziosamente tutta la sala, trascinata da cinque attori acrobati mascherati da stelle marine. I musicisti sul palco intonano una musichetta triste. Una figura femminile, nel suo lungo vestito nero, è sospesa a mezz’aria, in un intreccio di fili che ricorda la tela di un ragno. Carrozza a pedali che muove la grande stella marina; cannone lancia stelle marine; maschera che porta sulle spalle un recipiente di stelle marine e trampoliere che con un grande cucchiaio le lancia al pubblico al ritmo di un fox-trot...
 
14. (...) dai suoi occhi chiari, limpidi come l’acqua di una fontana, hanno bevuto gli uccellini e adesso ella è cieca... (strappato)
 
15. Come nascono i sogni. Scenario per un cortometraggio “senza fine”. 1) Il filmato è ambientato in una campagna solitaria, nel corso di una splendida notte estiva. La macchina da presa si sofferma a lungo a riprendere il paesaggio agrario: i fossi, i campi coltivati, i lontani casolari (in alcuni di essi si intravedono ancora le luci accese), i rari alberi situati in mezzo ai campi e ai crocicchi delle strade sterrate: la linea dell’orizzonte si confonde con il buio della notte e dà la sensazione di uno spazio sconfinato. 2) E’ ora notte fonda. Si ode da lontano il suono di alcuni strumenti musicali. La macchina da presa inquadra una piccola processione di fiaccole e di lumicini: lungo una sperduta strada di campagna si stanno avvicinando, danzando e cantando, alcuni strani personaggi mascherati. Tutti improvvisano in continuazione girotondi, balli, canti, giochi. Portano con sé alcune minuscole mongolfiere, che evidentemente hanno intenzione di lanciare da un luogo convenuto. Tale luogo è una piazzuola d’erba in mezzo ai campi di grano. La costruzione delle mongolfiere avviene in una specie di silenzio rituale. La macchina da presa inquadra in primo piano i volti delle maschere: malgrado le loro buffe espressioni si riesce a intuire egualmente l’importanza dell’evento al quale stanno partecipando. 3) Le mongolfiere prendono il volo. Attraversano la campagna solitaria. Una di esse passa sopra un cascinale, si impiglia a una finestra aperta. E’ la camera una giovane coppia di sposi. Allora si materializzano nella stanza due figure mascherate e nude: un uomo e una donna. Si avvicinano lentamente al letto dei due giovani sposi: con un gesto di offerta, la donna porge in avanti con le mani un sasso colorato e un palloncino, l’uomo una falce e delle spighe di grano. 4) La macchina da presa inquadra ora in primissimo piano i volti dei due giovani sposi. Il battito prolungato delle ciglia indica la fase REM tipica del sogno. E i sogni dei due giovani sposi si stanno fondendo in un unico grande sogno, che altro non è se non il filmato stesso così come si è sviluppato fin dall’inizio. Si ripetono le sequenze del paesaggio agrario, della processione delle maschere, del lancio delle mongolfiere, della materializzazione delle due figure nella stanza, e così via, all’infinito. Ecco la spiegazione del quesito indicato dal titolo: i sogni nascono dai sogni, in una sorta di cerchio magico “senza fine”.
 
16. Dirò all’angelo di sottrarre al tempo i momenti di vita criptata. Mai più verrà l’orrenda strega che cantava: “Ogni corpo che passa è un ferro arrugginito, un mucchietto d’ossa appeso a un impalpabile sole...”
 
postato da: riccardomazzoni alle ore 06:11 | Permalink | commenti (3)
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lunedì, 03 marzo 2008
Ossimori / 1
 
Amo il gesto spontaneo che nasce da una lunghissima e struggente meditazione.
 
postato da: riccardomazzoni alle ore 06:36 | Permalink | commenti
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