L’OSSO CHE CANTA
ovvero
LA PENNA DELL’UCCELLO GRIFONE
Fiaba tradizionale da me recitata e cantata nell’ambito della “veglia” organizzata da Stefano Pasquinucci la sera di venerdì 18 novembre 2005 presso il Centro Congressi “Principe di Piemonte” a Viareggio e replicata all’Osteria Teatro Atalante a Lido di Camaiore la sera di lunedì 9 gennaio 2006 nell’ambito delle iniziative del “Teatro delle parole”
C’era una volta un re che aveva una malattia agli occhi.
“Non c’è medicina che ti possa guarire, maestà”, gli dicevano sconsolati i medici. Ma una vecchia, che aveva fama di maga, gli disse: “Il rimedio a dire il vero esiste, è la penna dell’uccello grifone che vive su una pianta altissima e mangia i cristiani come un drago”.
Allora il re chiamò a sé i due figli: “Se tenete alla mia vita, dovete portarmi una penna dell’uccello grifone. Ma vi raccomando di tornare sani e salvi. Prendete due cavalli per ciascuno, uno tenetelo sempre di scorta, non si sa mai cosa può succedere quando si viaggia. Se l’impresa è troppo difficile, abbandonatela, e tornate, tornate...”
I due fratelli partirono insieme, ma fatta poca strada si separarono. “Io vado di qua, tu di là, così potremmo cercare meglio. Ci ritroveremo qui, in questo punto, tra un anno, un mese e un giorno”.
Ma i due fratelli non avevano lo stesso cuore. Il più giovane voleva bene a suo padre, ne aveva pietà per la grave malattia; l’altro, il maggiore, si augurava che morisse per prenderne il posto sul trono del regno. Tanto che, invece di darsi da fare alla ricerca della penna dell’uccello grifone, si fermò in una città, buttò via col gioco e le donne ogni suo avere, si vendette perfino i cavalli e si ridusse a fare la vita del vagabondo e del saltastrade.
Il più giovane camminò per giorni e notti, chiedendo in ogni paese notizie dell’uccello grifone e tutti lo guardavano intimoriti e meravigliati. “Quello lì vuole morire”, commentavano. Finché, in una landa sconosciuta, incontrò quella stessa vecchia che aveva fama di maga la quale gli indicò una pianta altissima dove viveva l’uccello grifone e gli insegnò come prendergli la penna. “Sali sulla pianta e nasconditi bene tra i rami perché se ti vede per te è finita. Quando ti sei appostato per bene, scegli una penna dell’uccello e tienila stretta. Allo spuntare del sole, l’uccello si alza in volo, allora tu non mollarla e la penna e ti resterà tra le mani”.
Così fece e strappò una penna all’uccello grifone.
Tutto contento, prese la strada del ritorno. “Chissà cosa avrà fatto mio fratello”, pensava, “adesso lo ritroverò e sarà certo contento anche lui. Così nostro padre guarirà”. E cammina e galoppa, arrivò al luogo dell’incontro. Suo fratello era già là ad aspettarlo, tutto lacero e sporco per il suo vagabondare.
“Ho trovato la penna dell’uccello grifone”, gridò, appena lo vide, ancora lontano. “Lo vedo, lo vedo”, disse il fratello maggiore. “I miei cavalli sono morti per la stanchezza ed io ho speso tutti i miei soldi per pagare la gente perché mi aiutasse a ritrovare la penna. Guarda come sono ridotto!”, disse mentendo. “Non importa fratello mio! L’importante è che uno di noi due l’abbia trovata e che torniamo vivi e vegeti da nostro padre” “Posso vederla?”, domandò, e mentre suo fratello si girava per prenderla estrasse dalla tasca un coltello e lo ammazzò. Poi lo seppellì in un prato fiorito. Indossò i vestiti del fratello ucciso, prese i suoi cavalli e tornò a casa.
“Papà, è arrivata la fortuna! Ti ho portato la penna dell’uccello grifone” “Ma tuo fratello dov’è che non lo vedo!” “Non lo so. Per cercare meglio abbiamo preso due strade diverse. Speriamo non sia rimasto preda delle bestie feroci”, disse ostentando preoccupazione.
Il re guarì e aspettava, giorno dopo giorno, il ritorno del figlio minore, ma invano perché era sepolto nel prato che da allora era eternamente in fiore. Passò molto tempo. Un giorno, sul luogo della sepoltura, un pastorello trovò un osso con il quale si costruì un flauto. Quando provò a suonarlo, ne uscì come per miracolo una struggente melodia:
“O Pastorino che in bocca mi tieni
suona pur tu che il cuor mi sostieni
mi hanno ammazzato nel prato in fiore
per una penna di uccello grifone”
Era l’anima dello spirito che ancora viveva, anche se il corpo del giovane si era consumato.
Presto il pastorello divenne famoso facendo sentire in giro per le fiere il suo flauto meraviglioso e la gente ne parlava. La cosa giunse all’orecchio del re che convocò il pastorello a corte. “Ho sentito che hai un flauto che canta da solo. Posso sentirlo?” “Subito, maestà”. E il pastorello iniziò a suonare. Quando il re sentì la melodia trasecolò. Riconobbe la voce del figlio e l’anima gli si riempì di dolore. Volle provare a suonare lui stesso il flauto.
“O padre mio che in bocca mi tieni
suona pur tu che il cuor mi sostieni
lui mi ha ammazzato nel prato in fiore
per una penna di uccello grifone”
Un terribile sospetto si annidò nella sua mente. “Portatemi qui il principe”, ordinò alla guardie. Appena arrivato lo obbligò a suonare il flauto.
“Fratello mio che in bocca mi tieni
suona pur tu che il cuor mi sostieni
tu mi hai ammazzato nel prato in fiore
per una penna di uccello grifone”
Il re aveva capito perché il suo figlio minore non tornava più. “Scegli il tuo castigo”, disse al figlio maggiore. Poi si ritirò in disparte a meditare sulla crudeltà della vita: era guarito ma era rimasto senza figli. E ancor oggi nelle fiere si racconta che tanti anni fa c’era un pastorello che meravigliava il mondo con il suo flauto fatto con un osso che cantava da solo.
Schema della fiaba tradizionale
L’OSSO CHE CANTA
Tipo AT (Aarne-Thompson) 780
Conosciuta in Toscana prevalentemente con il titolo
LA PENNA DELL’UCCELLO GRIFONE (O PAVONE)
1. Un re è afflitto da una rara malattia agli occhi, che nessun medico sa guarire.
2. Una persona saggia (generalmente una vecchia) dice che il male può essere guarito da una penna dell’uccello grifone (o pavone, che difatti porta gli occhi disegnati sulla coda).
3. Il re promette di dare il regno al figlio che saprà ritrovare il magico rimedio.
4. Tre figli vanno in cerca della penna. Il più piccolo è il più disinteressato e dice al padre che a lui importa solo la sua guarigione. Gli altri due fratelli si accordano per dividersi il regno. In alcune versioni, come quella da me proposta, i figli sono solo due (il minore buono, il maggiore malvagio).
5. Attraverso varie peripezie che cambiano da versione a versione (non essenziali per lo sviluppo più intimo della storia), talvolta con l’intervento di un aiutante magico, il figlio più giovane riesce a recuperare la penna. I due fratelli invidiosi lo uccidono e lo seppelliscono in un prato, s’impossessano della penna e la portano al padre che la passa sugli occhi e guarisce. I fratelli raccontano al padre che il figlio più piccolo si è perduto nel bosco e che è rimasto sicuramente preda delle bestie feroci.
6. Un pastore trova un osso da cui ricava un flauto che quando comincia a suonare svela con una struggente cantilena (“O pastorino che in bocca mi tieni”) il tradimento dei due fratelli. In una versione altrettanto diffusa il pastore trae il flauto da una canna cresciuta sulla sepoltura del figlio minore. In entrambi i casi ci troviamo di fronte ad antichissime credenze sulla trasmigrazione dell’anima. La fama del flauto magico del pastore giunge alle orecchie del re che lo chiama a corte. Quando il pastore comincia a suonare il flauto, la voce del figlio piccolo accusa i fratelli del loro misfatto.
Questa fiaba, perfetta nella sua costruzione drammatica, è una delle più suggestive del repertorio mondiale. Come ha scritto Italo Calvino, che la selezionò per la sua celebre antologia di fiabe italiane, “porta con sé la malinconia delle nenie cui dovette accompagnarsi per il mondo, nate da quello zufolo di canna (o, come abbiamo visto, di osso, da cui il titolo “L’osso che canta” assegnatole dall’indice di Aarne-Thompson) in cui trasmigra, in una delicata metamorfosi, l’anima del ragazzo ucciso. Una melanconia che è già nel cupo, sgraziato grido del pavone, l’uccello sacro alla vista, che conserva sulle penne della coda gli occhi di Argo”. In rare versioni alla fine il figlio torna miracolosamente in vita, ma il finale non lieto, senza resurrezione del figlio, appare sicuramente più consono allo spirito della fiaba.
La versione da me recitata (compresa la melodia da me composta) è quella adottata per i seminari sulla drammatizzazione della fiaba del “Teatrino dei Bisogni Consapevoli”, il mio laboratorio di creazioni multimediali intorno ai grandi temi dell’immaginario affettivo.