mercoledì, 27 giugno 2007
Monologo per il giorno di martedì grasso
(utile per ritemprare lo spirito in vista della manifestazione di sabato)
 
E’ nota la stretta connessione nelle tradizioni popolari europee tra carnevale e teatro comico, di cui la “canzonetta” viareggina rappresenta una delle infinite varianti. Dal “Libro di Carnevale nei secoli XV e XVI” pubblicato da Luigi Manzoni nel 1881 e acquistato in una bancarella di libri usati a Roma all’epoca delle mie frequentazioni “felliniane” verso la metà degli anni Ottanta del secolo scorso (come promesso all’amico Umberto Guidi un giorno scriverò qualcosa sui miei singolari incontri con Federico Fellini e Padre Angelo Arpa), traggo questo monologo scritto per uno spettacolo di martedì grasso in cui il Carnevale, parodiando il frasario curialesco,
 
“... ultimamente comanda, e vuole, che ogn’uno abbia a mutar vita, modi, maniera, abito, costume, ordine, sembiante, pensiero, voglia, cera, volto, muso, faccia, aspetto, panni, vestimenti, calciamenti, ornamenti, portamenti, sentimenti, cantamenti, sonamenti, ballamenti, saltamenti, gridamenti, volamenti, danzamenti, mangiamenti, bevimenti, leccamenti, ongimenti, sfondamenti, passamenti, tornamenti, guardamenti, cignamenti, sputamenti, spurgamenti, parlamenti, bucinamenti, chiacchieramenti, volgimenti, giramenti, e mille altri atti insolenti, che commettono le genti, che per tali convenienti gli potrìa esser dato su’ denti, onde al fin saran scontenti, questi sono gli avvertimenti, che ànno aver tutti i viventi...”
 
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martedì, 19 giugno 2007

Una carta d’identità del Linchetto e del Baffardello

 

Domani, mercoledì 20 giugno, alle 18.30, nell’ambito degli incontri letterari sul tema “Tra storie vissute e leggende” organizzati dalla Circoscrizione Darsena - Ex Campo d’Aviazione, si terrà presso la sede della Circoscrizione, in via Parri 2, la presentazione del mio libro, “I Folletti nelle tradizioni popolari italiane. Credenze e leggende”, edito qualche tempo fa da Mauro Baroni, che rimane ancor oggi (immodestamente!) uno dei più esaustivi e originali contributi di studiosi italiani sull’argomento. Per l’occasione proporrò un’insolita “carta d’identità” del Linchetto e del Baffardello, i folletti del folklore viareggino e versiliese, attraverso la rievocazione delle fisionomie, dei caratteri, dei comportamenti e dei poteri magici tramandati dalle tradizioni popolari. Leggerà rare e suggestive testimonianze folkloriche tratte dal libro la “fata” Rebecca Palagi.

 

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domenica, 10 giugno 2007

Il “Premio Giancarlo Salmaso”, la fotografia della fanciulla Darma Scuoteguazza, il mistero del ritratto di Leopoldo Fregoli “scippato” a Viareggio e folletti a go-go
 
Chi mi conosce sa che sono refrattario ai Premi “competitivi”: come scrittore e poeta non ho mai partecipato a un Premio letterario e, benché più volte sollecitato, ho sempre cortesemente rifiutato di far parte di giurie. Non che non ne riconosca la validità o l’importanza, semplicemente non rientrano nel mio “modus vivendi”. Solo nel caso per adesso assai remoto (ma non si sa mai) di un festival cinematografico accetterei la partecipazione in concorso, peraltro fregandomene altamente del risultato, ma lo farei esclusivamente per le difficoltà congenite nel far vedere un film, soprattutto se un film di spessore. Tuttavia ho accettato con orgoglio il “Premio Giancarlo Salmaso” che mi è stato generosamente attribuito, in quanto appunto premio non di competizione ma di attestazione di stima. Stima per il mio lavoro di ricercatore che negli ultimi dieci anni ho volutamente allargato alla ricostruzione della storia delle dinamiche culturali della mia città dalla metà dell’Ottocento ai giorni nostri. C’è un altro aspetto che mi lega al compianto Giancarlo: lui è addirittura riuscito a salvare le vecchie targhe con i nomi delle vie o i numeri delle abitazioni che venivano frantumati durante la ristrutturazione, quasi sempre selvaggia, delle tipiche case “viareggine”; io, quando ho potuto, magari allertato da qualche amico solidale, sono riuscito a salvare, spesso in circostanze rocambolesche, alcune bellissime fotografie d’epoca che adornavano le tombe di fine Ottocento e di inizio Novecento nel nostro martoriato cimitero monumentale, smantellate senza ritegno da marmisti senza scrupoli, come questo delicato ritratto della fanciulla Darma Scuoteguazza, per cui m’improvvisai detective alla Maigret. La premiazione avverrà venerdì 15 giugno alle ore 18 presso il Bar Vip in Via Garibaldi 65. Siete tutti calorosamente invitati anche perché ho in programma per voi un nuovo mistero, fresco di scoperta d’archivio, che coinvolge la nostra città: un ritratto di Leopoldo Fregoli “scippato” a Viareggio. In che modo? Lo scoprirete venerdì prossimo! Se poi volete sapere tutto, ma proprio tutto, sui folletti, non potete mancare mercoledì 20 giugno, ore 18.30, alla Circoscrizione Darsena-Campo d'aviazione, in via Parri 2, dove nell’ambito del ciclo di incontri di letteratura sul tema “tra storie vissute e leggende”, parlerò del mio libro “I folletti nelle tradizioni popolari italiane”, edito qualche anno fa da Mauro Baroni, che rimane ancor oggi uno dei più esaustivi contributi sull’argomento. A chi potevo rivolgermi per un viaggio nel mondo dell’immaginario se non alla mia fantasmatica attrice (e lettrice) Rebecca Palagi che mi aiuterà a stilare una carta d’identità dei folletti italiani, in particolar modo del Linchetto e del Baffardello? Vi aspetto.
 
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martedì, 18 luglio 2006
MAURO BARONI EDITORE
presenta
ARTISTI IN VIA BATTISTI
 
Giovedì 20 luglio 2006
Caffè Battisti – Via Cesare Battisti, 34 – Viareggio
 
BAMBINI E MESTIERI DI MISTERI
 
a. TESTA DI PAGLIA (Entr’acte). Ore 18.30
Dal romanzo per l’infanzia di PAOLO ERCOLINI, la performance in strada di spaventapasseri ed altre creature “meraviglianti” che ormai vivono e sopravvivono solo nella fantasia dei bambini e dei poeti.
 
b. NEL MONDO E NEL MODO SEGRETI. Ore 21.15
MARCELLA MALFATTI con i suoi Misteri quotidiani, RICCARDO MAZZONI con i suoi Folletti e le sue Credenze e leggende popolari, MARCO MEZZETTI con il suo Carlo Piaggia. L’africa nel cuore (e dell’Africa il cuore) completano la serata dedicata a chi ancora si aspetta, dietro gli usci o nei giardini abbandonati o nelle foreste di baobab, qualcosa che sta per avvenire… qualcosa che è già accaduto…
 
Agit prop: MARIELLA E GUGLIELMO del Caffè Battisti
Art director: ELENA TORRE
 
Siete tutti invitati.
 
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venerdì, 26 maggio 2006
L’incubo svelato. Sull’etimo della voce “Linchetto”
 
Questo post, che riprende un mio breve saggio presentato in forma di cartoncino a un convegno organizzato dai librai antiquari romagnoli a Bologna nel febbraio del 1998, è dedicato, oltre che a tutti gli amanti dei folletti, a Marinella Petri, come ringraziamento per l’entusiasmo con il quale segue questo blog e nella speranza che possa in qualche modo esserle utile per i suoi studi sugli esseri fantastici della montagna versiliese.
 
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In vari dialetti italiani gli appellativi che designano il folletto fanno riferimento al senso di oppressione connesso all’incubo notturno che molte tradizioni attribuiscono all’azione esercitata dall’essere fantastico. Spesso si è giunti a confondere il folletto con l’incubo stesso, in modo che un’unica denominazione serve per designare sia il fenomeno psicofisico, sia l’essere soprannaturale che a livello popolare ne è ritenuto la causa. In particolare, alcuni appellativi si fanno risalire al latino Incubus (che già presso gli antichi romani era considerato uno spirito antropomorfo che premeva nottetempo il petto ai dormienti, immobilizzandoli e impedendo loro di respirare e di gridare) - composto da in, “sopra”, e un derivato di cubare, “giacere”, quindi “che giace sopra”, che provoca tormento durante il sonno - attraverso la forma encovo e quella apocopata enco, comune a vari dialetti italiani, spesso con l’articolo concresciuto e il caratteristico suffisso diminutivo (numerosi sono i casi di riplasmi e contaminazioni). E’ il caso dell’appellativo lucchese Linchetto (a Viareggio anche Inchetto, senza l’articolo agglutinato), che il classico repertorio di Wilhelm Meyer-Lübke, Romanisches Etymologisches Wörterbuch, fa derivare appunto da Incubus. Qui di seguito ripercorreremo i passaggi che hanno portato alla ricostruzione dell’etimo del termine Linchetto, che costituiscono un esempio interessante di migrazione di una singola voce tra dizionari e repertori lessicali e del progressivo svelamento della sua trasparenza semantica ed etimologica.
 
Il termine Linchetto come sinonimo di “folletto” appare tra le Voci usate nel dialetto lucchese che non si trovano registrate nei vocabolari italiani, manoscritto di Salvatore Bianchini conservato alla Biblioteca Statale di Lucca, databile al 1820 (ma pubblicato solo nel 1986): “Linchetto. Quello spirito, che si crede da alcuno che stia nell’aria, e faccia agli uomini degli scherzi, e versando talvolta scrosci di risa. Folletto”. Non vi è qui nessun tentativo di ricostruzione etimologica (del resto, l’Etymologisches Wörterbuch der romanischen Sprachen di Friedrich Christian Diez, che servì da ispirazione e da stimolo alle ricerche etimologiche per i filologi delle generazioni successive, apparirà solo molti anni più tardi), e mancano anche riferimenti alle due funzioni fondamentali attribuite al Linchetto dalla ricca documentazione demologica raccolta fino ai giorni nostri: quella di folletto incubo e quella di folletto delle stalle. Analogamente non vi è nessun accenno alla fisionomia del Linchetto, generalmente raffigurato come un piccolo essere antropomorfo con il cappuccio rosso. Si dice semplicemente che sta nell’aria, alludendo alla sua invisibilità, e gli viene attribuita una sonora risata (particolare che ritornerà nella documentazione successiva). Per lungo tempo le fonti documentarie taceranno intorno all’aspetto fisico del Linchetto. Non verrà descritto l’essere fantastico, ma i suoi comportamenti e le sue azioni. La voce del Bianchini fu ripresa integralmente dal Vocabolario dell’uso toscano (1863), compilato da Pietro Fanfani, che ne cita regolarmente la fonte. Il Fanfani fu tra i collaboratori del monumentale Dizionario della lingua italiana di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini, portando in dote, tra le altre, la voce Linchetto, che qui presenta una nuova formulazione: “Linchetto. S. m. Specie di folletto, che è creduto annodare la coda de’ cavalli. Superstizione nel pop. tosc. Forse da Vinculum, Vinclum. Ne attribuiscono la vera causa a malattia”. Se interpretiamo il termine Vinculum, “vincolo”, come riferito al senso di oppressione notturna, si potrebbe supporre che gli estensori della voce conoscessero, oltre all’accezione di folletto delle stalle, motivata dal riferimento all’azione di intrecciare la coda dei cavalli, anche quella di folletto incubo attribuita popolarmente all’essere fantastico, che tuttavia non viene dichiarata nel vocabolario.
 
Si deve a Napoleone Caix l’esatta ricostruzione della radice etimologica della voce Linchetto. Nei suoi Studi di etimologia italiana e romanza (Firenze, Sansoni, 1878) - una raccolta di osservazioni e aggiunte al vocabolario etimologico delle lingue romanze del Diez - a proposito della voce lucchese Linchetto, mutuata dal vocabolario del Fanfani, egli scrive che “potrebbesi riguardare come un dimin. di lenco = umbro enco con l’articolo agglutinato”, a sua volta derivato dal lat. Incubus, secondo un procedimento tipologico presente in vari dialetti italiani, messo in luce, tra gli altri, da Adolf Mussafia, nel suo pioneristico saggio di analisi onomasiologica di molte parole dialettali italiane contenute in antichi glossari italo-tedeschi (Beitrag zur Kunde der norditalienischen Mundarten im XV. Jahrhunderte, 1873, s.v. mazaruol, p. 178), e da Giovanni Flechia in un articolo apparso sull’Archivio Glottologico Italiano (II, 1874, pp. 9-11). Accanto a questa ipotesi egli ne avanza un’altra, rivelatasi però errata. Constatando che per il Fanfani il significato di Linchetto sarebbe quello di “folletto”, lo studioso pensa ad una derivazione dal tedesco licht: “onde il significato originario sarebbe precisamente quello di feu follet, ted. irrlicht”. Ciò testimonia che il Caix avvicina la nozione di “folletto” più alla personificazione del “fuoco fatuo” (feu follet) che a quella dell’“incubo notturno”. La decisa identificazione del Linchetto con la personificazione dell’incubo, suffragata dalla ormai chiara derivazione etimologica dal lat. Incubus, è avanzata da Silvio Pieri negli appunti lessicali del suo studio sulla fonetica lucchese apparso sulle pagine dell’Archivio Glottologico Italiano (XII, 1890, p. 130). Egli infatti scrive: “Linchetto. Genio che è personificazione dell’incubo”; rimandando per l’etimologia alla forma antica Linco, contenuta nell’Onomasticum italico-latinum dell’Amalthea onomastica Iosephi Laurentii Lucensis, stampato a Lugduni (l’attuale Basilea) nel 1664.
 
 
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martedì, 07 marzo 2006
L’OSSO CHE CANTA
ovvero
LA PENNA DELL’UCCELLO GRIFONE
 
Fiaba tradizionale da me recitata e cantata nell’ambito della “veglia” organizzata da Stefano Pasquinucci la sera di venerdì 18 novembre 2005 presso il Centro Congressi “Principe di Piemonte” a Viareggio e replicata all’Osteria Teatro Atalante a Lido di Camaiore la sera di lunedì 9 gennaio 2006 nell’ambito delle iniziative del “Teatro delle parole”
 
 
C’era una volta un re che aveva una malattia agli occhi.
 
“Non c’è medicina che ti possa guarire, maestà”, gli dicevano sconsolati i medici. Ma una vecchia, che aveva fama di maga, gli disse: “Il rimedio a dire il vero esiste, è la penna dell’uccello grifone che vive su una pianta altissima e mangia i cristiani come un drago”.
 
Allora il re chiamò a sé i due figli: “Se tenete alla mia vita, dovete portarmi una penna dell’uccello grifone. Ma vi raccomando di tornare sani e salvi. Prendete due cavalli per ciascuno, uno tenetelo sempre di scorta, non si sa mai cosa può succedere quando si viaggia. Se l’impresa è troppo difficile, abbandonatela, e tornate, tornate...”
 
I due fratelli partirono insieme, ma fatta poca strada si separarono. “Io vado di qua, tu di là, così potremmo cercare meglio. Ci ritroveremo qui, in questo punto, tra un anno, un mese e un giorno”.
 
Ma i due fratelli non avevano lo stesso cuore. Il più giovane voleva bene a suo padre, ne aveva pietà per la grave malattia; l’altro, il maggiore, si augurava che morisse per prenderne il posto sul trono del regno. Tanto che, invece di darsi da fare alla ricerca della penna dell’uccello grifone, si fermò in una città, buttò via col gioco e le donne ogni suo avere, si vendette perfino i cavalli e si ridusse a fare la vita del vagabondo e del saltastrade.
 
Il più giovane camminò per giorni e notti, chiedendo in ogni paese notizie dell’uccello grifone e tutti lo guardavano intimoriti e meravigliati. “Quello lì vuole morire”, commentavano. Finché, in una landa sconosciuta, incontrò quella stessa vecchia che aveva fama di maga la quale gli indicò una pianta altissima dove viveva l’uccello grifone e gli insegnò come prendergli la penna. “Sali sulla pianta e nasconditi bene tra i rami perché se ti vede per te è finita. Quando ti sei appostato per bene, scegli una penna dell’uccello e tienila stretta. Allo spuntare del sole, l’uccello si alza in volo, allora tu non mollarla e la penna e ti resterà tra le mani”.
 
Così fece e strappò una penna all’uccello grifone.
 
Tutto contento, prese la strada del ritorno. “Chissà cosa avrà fatto mio fratello”, pensava, “adesso lo ritroverò e sarà certo contento anche lui. Così nostro padre guarirà”. E cammina e galoppa, arrivò al luogo dell’incontro. Suo fratello era già là ad aspettarlo, tutto lacero e sporco per il suo vagabondare.
 
“Ho trovato la penna dell’uccello grifone”, gridò, appena lo vide, ancora lontano. “Lo vedo, lo vedo”, disse il fratello maggiore. “I miei cavalli sono morti per la stanchezza ed io ho speso tutti i miei soldi per pagare la gente perché mi aiutasse a ritrovare la penna. Guarda come sono ridotto!”, disse mentendo. “Non importa fratello mio! L’importante è che uno di noi due l’abbia trovata e che torniamo vivi e vegeti da nostro padre” “Posso vederla?”, domandò, e mentre suo fratello si girava per prenderla estrasse dalla tasca un coltello e lo ammazzò. Poi lo seppellì in un prato fiorito. Indossò i vestiti del fratello ucciso, prese i suoi cavalli e tornò a casa.
 
“Papà, è arrivata la fortuna! Ti ho portato la penna dell’uccello grifone” “Ma tuo fratello dov’è che non lo vedo!” “Non lo so. Per cercare meglio abbiamo preso due strade diverse. Speriamo non sia rimasto preda delle bestie feroci”, disse ostentando preoccupazione.
 
Il re guarì e aspettava, giorno dopo giorno, il ritorno del figlio minore, ma invano perché era sepolto nel prato che da allora era eternamente in fiore. Passò molto tempo. Un giorno, sul luogo della sepoltura, un pastorello trovò un osso con il quale si costruì un flauto. Quando provò a suonarlo, ne uscì come per miracolo una struggente melodia:
 
“O Pastorino che in bocca mi tieni
suona pur tu che il cuor mi sostieni
mi hanno ammazzato nel prato in fiore
per una penna di uccello grifone”
 
Era l’anima dello spirito che ancora viveva, anche se il corpo del giovane si era consumato.
 
Presto il pastorello divenne famoso facendo sentire in giro per le fiere il suo flauto meraviglioso e la gente ne parlava. La cosa giunse all’orecchio del re che convocò il pastorello a corte. “Ho sentito che hai un flauto che canta da solo. Posso sentirlo?” “Subito, maestà”. E il pastorello iniziò a suonare. Quando il re sentì la melodia trasecolò. Riconobbe la voce del figlio e l’anima gli si riempì di dolore. Volle provare a suonare lui stesso il flauto.
 
“O padre mio che in bocca mi tieni
suona pur tu che il cuor mi sostieni
lui mi ha ammazzato nel prato in fiore
per una penna di uccello grifone”
 
Un terribile sospetto si annidò nella sua mente. “Portatemi qui il principe”, ordinò alla guardie. Appena arrivato lo obbligò a suonare il flauto.
 
“Fratello mio che in bocca mi tieni
suona pur tu che il cuor mi sostieni
tu mi hai ammazzato nel prato in fiore
per una penna di uccello grifone”
 
Il re aveva capito perché il suo figlio minore non tornava più. “Scegli il tuo castigo”, disse al figlio maggiore. Poi si ritirò in disparte a meditare sulla crudeltà della vita: era guarito ma era rimasto senza figli. E ancor oggi nelle fiere si racconta che tanti anni fa c’era un pastorello che meravigliava il mondo con il suo flauto fatto con un osso che cantava da solo.
 
 
Schema della fiaba tradizionale
L’OSSO CHE CANTA
 
Tipo AT (Aarne-Thompson) 780
 
Conosciuta in Toscana prevalentemente con il titolo
LA PENNA DELL’UCCELLO GRIFONE (O PAVONE)
 
 
1. Un re è afflitto da una rara malattia agli occhi, che nessun medico sa guarire.
 
2. Una persona saggia (generalmente una vecchia) dice che il male può essere guarito da una penna dell’uccello grifone (o pavone, che difatti porta gli occhi disegnati sulla coda).
 
3. Il re promette di dare il regno al figlio che saprà ritrovare il magico rimedio.
 
4. Tre figli vanno in cerca della penna. Il più piccolo è il più disinteressato e dice al padre che a lui importa solo la sua guarigione. Gli altri due fratelli si accordano per dividersi il regno. In alcune versioni, come quella da me proposta, i figli sono solo due (il minore buono, il maggiore malvagio).
 
5. Attraverso varie peripezie che cambiano da versione a versione (non essenziali per lo sviluppo più intimo della storia), talvolta con l’intervento di un aiutante magico, il figlio più giovane riesce a recuperare la penna. I due fratelli invidiosi lo uccidono e lo seppelliscono in un prato, s’impossessano della penna e la portano al padre che la passa sugli occhi e guarisce. I fratelli raccontano al padre che il figlio più piccolo si è perduto nel bosco e che è rimasto sicuramente preda delle bestie feroci.
 
6. Un pastore trova un osso da cui ricava un flauto che quando comincia a suonare svela con una struggente cantilena (“O pastorino che in bocca mi tieni”) il tradimento dei due fratelli. In una versione altrettanto diffusa il pastore trae il flauto da una canna cresciuta sulla sepoltura del figlio minore. In entrambi i casi ci troviamo di fronte ad antichissime credenze sulla trasmigrazione dell’anima. La fama del flauto magico del pastore giunge alle orecchie del re che lo chiama a corte. Quando il pastore comincia a suonare il flauto, la voce del figlio piccolo accusa i fratelli del loro misfatto.
 
Questa fiaba, perfetta nella sua costruzione drammatica, è una delle più suggestive del repertorio mondiale. Come ha scritto Italo Calvino, che la selezionò per la sua celebre antologia di fiabe italiane, “porta con sé la malinconia delle nenie cui dovette accompagnarsi per il mondo, nate da quello zufolo di canna (o, come abbiamo visto, di osso, da cui il titolo “L’osso che canta” assegnatole dall’indice di Aarne-Thompson) in cui trasmigra, in una delicata metamorfosi, l’anima del ragazzo ucciso. Una melanconia che è già nel cupo, sgraziato grido del pavone, l’uccello sacro alla vista, che conserva sulle penne della coda gli occhi di Argo”. In rare versioni alla fine il figlio torna miracolosamente in vita, ma il finale non lieto, senza resurrezione del figlio, appare sicuramente più consono allo spirito della fiaba.
 
La versione da me recitata (compresa la melodia da me composta) è quella adottata per i seminari sulla drammatizzazione della fiaba del “Teatrino dei Bisogni Consapevoli”, il mio laboratorio di creazioni multimediali intorno ai grandi temi dell’immaginario affettivo.
 
 
 
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mercoledì, 01 marzo 2006
Morfologia del folletto
 
Uno dei miei grandi filoni di ricerca riguarda il mondo degli esseri fantastici nelle tradizioni popolari italiane ed europee. Ho scritto un libro sui folletti nel folklore italiano, frutto di vari anni di raccolta e analisi di materiale documentario, che attualmente viene utilizzato come supporto per corsi e seminari sulla storia dell’immaginario popolare. Dall’introduzione traggo questo identikit del folletto, per sottrarlo alla facile letteratura di divulgazione ampiamente diffusa, che quasi sempre finisce per banalizzarne le profonde connotazioni antropologiche, riducendolo ad un mero essere fiabesco, mentre la sua dimensione storico-culturale appartiene compiutamente al mondo delle credenze.
 
Da un punto di vista morfologico la figura del folletto nel folklore europeo non è univoca ma si muove entro un prisma di attributi e funzioni che tradiscono la sua natura sincretica. In essa è possibile riconoscere una complessa sommatoria di derivazioni che va dalla personificazione del senso di oppressione e del sogno erotico notturno (incubo), all’identificazione con agenti naturali come il turbine di vento o il fuoco fatuo, alla rappresentazione di fenomeni coinvolgenti bambini e adolescenti che la moderna parapsicologia classificherebbe come poltergeist, agli spiriti domestici e familiari e agli alieni visitatori notturni delle stalle eredi dei personaggi della piccola mitologia latina e nordica contaminati con la tradizione cristiana, a creature silvestri mediatrici tra animalità e umanità (e in senso simbolico tra natura e cultura): sintesi che cambia variando la prevalenza di uno dei fattori al punto che il folletto può risultare di volta in volta un essere soccorrevole, dispettoso o maligno. Storicamente quest’ultimo aspetto è stato in gran parte determinato dalla strategia culturale operata dal Cristianesimo, mirante a connotare in senso negativo l’identità dell’essere fantastico. Un efficace strumento di intermediazione tra l’apparato ideologico ecclesiastico e la cultura folklorica è stato senza dubbio l’exemplum di cui si servivano i predicatori per illustrare i sermoni, tanto che sono state rilevate numerose analogie sia sul piano formale che sul piano del contenuto tra gli exempla medioevali e le storie di esseri fantastici tramandateci dalle tradizioni orali. La figura del folletto è stata altresì avvicinata a quella del Trickster, termine entrato nell’uso comune per definire una determinata tipologia di essere fantastico che recita il ruolo di burlone svolgendo nello stesso tempo la funzione di eroe civilizzatore, protagonista di una serie di avventure che tendono a qualificarlo come “briccone divino”. In particolare il folletto incarna la vocazione giocosa, priva di finalità specifiche, tipica dell’età infantile, che è una delle caratteristiche del Trickster, e trova la sua espressione nel molestare il prossimo, specie durante il riposo, con gratuiti tiri birboni. L’influsso del folletto nei confronti degli esseri umani e degli animali domestici si manifesta attraverso un rapporto di incontro o contatto che si sviluppa nell’ambito della vita quotidiana e copre un ventaglio di esperienze che va dal semplice evento improvviso che suscita sorpresa e ilarità a vere e proprie forme di fascinazione contro le quali è necessario porre in atto operazioni magiche protettive volte a garantire la difesa dell’equilibrio psico-fisico. E’ il caso soprattutto del folletto-incubo e del folletto silvestre che fa smarrire le persone nei boschi e attrae a sé i bambini e le ragazze offuscandone le facoltà mentali, ma in genere tutte le azioni dell’essere fantastico, come quella di intrecciare il pelo degli animali e i capelli dei fanciulli e delle donne - sebbene a volte interpretate come segnali di benevolenza o di protezione - possono essere ricondotte a forme di ammaliamento e di possessione. Tutto ciò sembra rientrare nel quadro culturale dell’orizzonte magico elaborato da Ernesto De Martino, al quale è opportuno fare riferimento, senza per questo doverne necessariamente abbracciare l’intero impianto teorico e filosofico. Secondo lo studioso, impulsi rimossi nel corso della vita cosciente trovano durante la notte o in particolari stati d’animo realizzazioni simboliche, mediante allucinazioni e “vicende oniroidi” che lasciano tracce nella realtà e che sono attribuite all’intervento di agenti fascinatori tra i quali gli stessi folletti. Egli definisce la fascinazione “una condizione psichica di impedimento e di inibizione, e al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agito da una forza altrettanto potente quanto occulta, che lascia senza margine l’autonomia della persona, la sua capacità di decisione e di scelta”. Che poi le azioni dei folletti vengano connotate soprattutto alla stregua di burle o dispetti può essere il frutto di un’elaborazione culturale che assolve all’intento di rendere più tollerabile la perturbante esperienza dell’essere-agito-da. L’incerto statuto ontologico dei folletti e di altri esseri fantastici del mondo popolare sembra così meglio precisarsi, alla luce delle osservazioni di Ernesto De Martino, come proiezioni derivanti da paure, bisogni, desideri e pulsioni difficili da controllare, che finiscono per determinare una condizione di labilità della presenza individuale e lo smarrimento più o meno transitorio della coscienza. In questo spazio-tempo psichico agiscono entità che costituiscono l’epifanìa di turbamenti, aspettative ed eventi imponderabili (non tutti necessariamente di natura negativa: si pensi al folletto dispensatore di tesori e apportatore di benefici), che trovano la loro legittimazione culturale nell’insieme di credenze e osservanze che scandiscono la vita quotidiana delle comunità tradizionali a prevalente economia agricola o pastorale così come si sono storicamente determinate nel continente europeo.
 
Per saperne di più: Riccardo Mazzoni, I folletti nelle tradizioni popolari italiane. Credenze e leggende, Mauro Baroni Editore, Viareggio, 2002.
 
 
postato da: riccardomazzoni alle ore 19:32 | Permalink | commenti (1)
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